Senza timore di inciampare

La storia delle “pietre di inciampo”

Nell'immagine: Le dieci nuove pietre d’inciampo posate a Torino da Gunter Demnig il 12 gennaio 2024, tra queste quella dedicata a Giovanni Battisti, tipografo de La Stampa, deportato a Mauthausen nel 1944 (© Museo Diffuso della Resistenza di Torino).
Lidia Brero

Presidente della Fondazione Enrico Eandi.

  

Succede a volte di vedere infisse nei marciapiedi una o più targhette di ottone, lucide per l’andirivieni dei passi che le calpestano. Qualcuno a volte si ferma, guarda, legge. Sono tutte uguali. Portano incisi un nome, la data di nascita, la data e il luogo di deportazione e quella della morte. Qualcuno abitava un tempo proprio nella casa davanti al cui ingresso si trova ora la piccola targa, qualcuno che improvvisamente venne strappato alla sua vita e mandato a morire in un campo di concentramento nazista.

Le vittime erano ebrei, rom e sinti, oppositori politici, testimoni di Geova, disabili fisici o mentali, omosessuali, tutti coloro insomma che dal regime erano giudicati “indesiderabili”.

Pietra d'inciampo dedicata a Guido Foa (fotografia di Christian Michelides).
Pietra d'inciampo dedicata a Guido Foa (fotografia di Christian Michelides).
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Scagliare la prima pietra

È un artista tedesco di Colonia, Gunter Demnig, l’ideatore di questo singolare modo di ricordare una per una le vittime dell’olocausto. Gunter ha voluto chiamare la sua creazione “stolperstein” cioè “pietra d’inciampo”, termine ripreso dall’Epistola ai Romani di San Paolo (9,30). Si tratta evidentemente non di un inciampo fisico ma intellettuale, un invito a soffermarsi e a riflettere rivolto a chiunque vi passi accanto. In effetti la stolperstein è proprio una pietra, un blocchetto di centimetri 10X10 che reca una piastrina incisa di ottone sulla faccia superiore.

Certo non sarà mai possibile, afferma Gunter, lasciare memoria di ciascuno dei sei milioni di ebrei assassinati nei campi di sterminio. Non dice “morti”, dice “assassinati”. Ma anche se la pietra d’inciampo ha solo un valore simbolico, quella targhetta evoca una persona, non solo il suo nome, racconta la storia della sua vita, le restituisce dignità, dice che non è stata dimenticata e la riporta a casa.

È stato Gunter Demnig a “scagliare la prima pietra” quando nel 1992 la collocò a Colonia in ricordo dei Sinti e dei Rom deportati nel 1940.

Gunter Denmig durante la posa di una pietra d'inciampo a Isernhagen nel 2022.
Gunter Denmig durante la posa di una pietra d'inciampo a Isernhagen nel 2022.

L’artista delle “stolpersteine”

C’è qualcosa di provocatorio in questo voler “ricordare”, e proprio in Germania, quanto molti ancora tendevano a far passare sotto silenzio, negando colpe e crimini, dimenticando vittime e carnefici.

Ma Gunter appartiene alla generazione del ’68 e ha volato anche lui sulle ali della contestazione. Da studente realizza sulla parete di un garage – siamo durante la guerra del Vietnam – una grande bandiera americana a stelle e strisce. Solo che al posto delle stelle ci sono dei teschi. Lo metteranno dentro, simbolicamente, per qualche ora. Ma lo spirito combattivo del sessantottino lo caratterizza ancora oggi a settantasei anni compiuti. Arriva col suo furgoncino, cappello a larga tesa, un fazzoletto rosso al collo, camicia di jeans e gilet, pantaloni pieni di tasche. Nel retro del furgoncino c’è di tutto, oltre alle stolpersteine: smerigliatrici angolari, pale, scalpelli e picconi per incidere i marciapiedi, anche se ormai, per rispetto alle sue ginocchia, le buche vengono scavate in anticipo. Le associazioni locali aiutano volentieri. Per preparare le stolpersteine, dispone di una piccola squadra di collaboratori oltre che di un gruppo di volontari-aiutanti. Lavorando, Gunter cita il Talmud, testo sacro dell’ebraismo: “Una persona viene dimenticata solo quando se ne dimentica il nome”.

Il progetto iniziale, partito con una dozzina di pietre d’inciampo, si è ampliato in modo sorprendente con l’arrivo di richieste da tutta la Germania. La sola Berlino conta attualmente più di 10.000 stolpersteine. E dal 2000, considerato il numero degli appelli provenienti da tutta Europa, Gunter comincia a recapitare le sue pietre di inciampo viaggiando quasi tutto l’anno.

Vedere a terra quella targhetta luccicante non significa necessariamente capire. Tuttavia chi si ferma lì accanto e guarda ponendosi delle domande, si trova di fronte a un passato terribile ma prova anche il conforto di sapere che in luoghi diversi e lontani altri condividono valori di uguaglianza e libertà e pace.

Gunter Denmig impegnato nella posa di alcune pietre d’inciampo a Illingen il 15 aprile 2019 (© Simon Mannweiler – CC BY-SA 4.0).
Gunter Denmig impegnato nella posa di alcune pietre d’inciampo a Illingen il 15 aprile 2019 (© Simon Mannweiler – CC BY-SA 4.0).

Le pietre d'inciampo in Italia

Le prime pietre in Italia vengono collocate a Meina nel gennaio del 2015 in memoria delle prime stragi naziste compiute su suolo italiano. Tra il settembre e l’ottobre 1943 in alcune cittadine affacciate sul lago Maggiore vengono uccisi 57 ebrei, di cui 16 che avevano cercato rifugio nell’hotel Meina, una volta sequestrati, trucidati e zavorrati, furono gettati nel lago.

Ormai sono numerosissime le pietre d’inciampo in Italia. E Torino è fiera di aver ospitato Gunter Demnig, sempre nel 2015, per l’installazione della cinquantamillesima pietra d’inciampo d’Europa. All’inizio dello scorso 2023 le stolpersteine erano diventate 100.000… Gunter è venuto più volte in Piemonte. Vi è tornato di recente, all'inizio di quest'anno, e ci ha commosso collocando nuove pietre a Torino e Pinerolo.

Veramente si può dire che quello che si sta formando sia il più grande, il più esteso monumento esistente della memoria, per altro in continua espansione: memoria per impedire l’oblio, la negazione e l’indifferenza, per iscrivere nel tessuto urbano segni di concreta testimonianza e “ridare voce a chi non l’ha avuta”.

Le 17 pietre d’inciampo posate a Meina (16 individuali e una collettiva) sul Lago Maggiore. Una tragedia che ricorda così Demnig: “Non conoscevo questa strage. Mi ha colpito perché quegli ebrei non abitavano qui, ma si erano rifugiati con la speranza di salvarsi. Una circostanza che fa apparire ancora più tragiche quelle vicende”.
Le 17 pietre d’inciampo posate a Meina (16 individuali e una collettiva) sul Lago Maggiore. Una tragedia che ricorda così Demnig: “Non conoscevo questa strage. Mi ha colpito perché quegli ebrei non abitavano qui, ma si erano rifugiati con la speranza di salvarsi. Una circostanza che fa apparire ancora più tragiche quelle vicende”.

Per non dimenticare

Pur avendo ottenuto premi e molte testimonianze di apprezzamento per la sua attività, Gunter si è trovato comunque schierata davanti una falange di critiche. Non dobbiamo stupirci. Ancora oggi purtroppo esiste l’antisemitismo di chi preferisce non ricordare, negare la verità per ignoranza della storia o per paura di riconoscere la passata collaborazione di stati e cittadini col nazismo. Di conseguenza la memoria dei crimini di un regime e di milioni di vittime non è un dovere civile, anzi non è affatto un dovere, al più una posizione “di parte”. Nulla da stupirsi allora se le pietre d’inciampo sono talvolta vandalizzate, prese a picconate, imbrattate, bruciate e divelte.

Un diverso atteggiamento invece caratterizza in Germania alcune città in cui si è a lungo discusso se non fosse un’offesa per i defunti calpestare le stolpersteine e su quanto queste ricordassero le lapidi degli ebrei usate dai nazisti per pavimentare i marciapiedi. Si è dunque preferito celebrare la memoria con targhe sugli edifici o con monumenti che comunque hanno la medesima funzione di restituire dignità alle vittime. Per questo motivo Gunter Demnig, prima di installare una stolperstein chiede l’autorizzazione al Comune e, per non urtare la sensibilità di nessuno, anche agli abitanti della casa davanti alla quale sarà collocata.

Nel gennaio 2015, sull’area dove sorgeva l’hotel Meina, Gunter Demnig ha iniziato la posa delle stolpersteine in memoria delle vittime. L’artista, dopo avere studiato l’eccezionalità di questo episodio locale, ha deciso di aggiungere alle 16 pietre individuali una diciassettesima pietra “collettiva”.
Nel gennaio 2015, sull’area dove sorgeva l’hotel Meina, Gunter Demnig ha iniziato la posa delle stolpersteine in memoria delle vittime. L’artista, dopo avere studiato l’eccezionalità di questo episodio locale, ha deciso di aggiungere alle 16 pietre individuali una diciassettesima pietra “collettiva”.

Teniamo presente anche un altro grave affronto che veniva fatto alle vittime nel momento stesso in cui erano sequestrate per essere poi deportate: la loro casa era requisita con tutto quanto conteneva. Agli Ebrei non era consentito possedere né case né cose. Ufficialmente le loro abitazioni dovevano essere assegnate alle vittime dei bombardamenti; in realtà finivano nelle mani rapaci di pubblici funzionari, dei militi della GNR (la Guardia nazionale repubblicana, istituita da Mussolini all’indomani della creazione della repubblica di Salò), dei delatori cui per altro era anche garantito un compenso di 5.000 lire per ogni ebreo denunciato.

Nei documenti di sequestro era minuziosamente descritto e valutato da un perito l’immobile confiscato, compresi mobili, soprammobili, stoviglie e biancheria. Dopodiché passava direttamente al nuovo proprietario.

Anche per questo Gunter ha voluto incidere sulla prima riga della pietra d’inciampo, in alto, la dicitura: “qui abitava…”. Qui abitava qualcuno a cui hanno tolto tutto, gli affetti, la vita, la casa. Lo hanno annullato e nel modo più brutale. Una cosa non sono riusciti a togliergli, la sua dignità umana. E questa piccola pietra testimonia per lui.

Testimonia per perpetuare la memoria e ricordarci di vigilare sul presente. Ma le due terribili guerre in atto, una alle porte dell’Europa, l’altra in Medio Oriente, senza contare tutti gli altri conflitti di cui nemmeno si parla, ci fanno constatare che sul presente non abbiamo vigilato.

La cerimonia pubblica della posa delle nuove pietre d’inciampo a Torino il 12 gennaio 2024 ha visto anche la partecipazione di studenti e studentesse della classe 3H della Scuola Media Calamandrei, che partecipa al Progetto didattico “Pietre d'inciampo Torino”.
La cerimonia pubblica della posa delle nuove pietre d’inciampo a Torino il 12 gennaio 2024 ha visto anche la partecipazione di studenti e studentesse della classe 3H della Scuola Media Calamandrei, che partecipa al Progetto didattico “Pietre d'inciampo Torino”.

L'importanza di non odiare

“Voglio insegnarvi a non odiare” dice Edith Bruck in una recente intervista. È quanto va ripetendo ai ragazzi che incontra nelle scuole. “Non c’è spazio in me per sentimenti di vendetta e di odio. Io non ho odiato nemmeno i nazisti, mi facevano solo pena per la loro disumanità”. Parole incredibili se dette da una donna che ancora bambina è stata deportata da un villaggio ungherese prima ad Auschwitz, poi a Dachau e poi a Bergen Belsen, il campo in cui morì Anna Frank.

Anche Liliana Segre, attiva testimone della Shoah e senatrice a vita, deportata appena adolescente ad Auschwitz, per anni ha continuato a raccontare nelle scuole e in incontri pubblici la sua storia. Ha voluto far comprendere che solo la Memoria può combattere l’indifferenza, l’intolleranza, il razzismo, l’antisemitismo e l’istigazione all’odio e alla vendetta.

Queste sono parole di due donne che per qualche miracolo sono ritornate dall’inferno dei campi di concentramento nazisti. Sono parole che hanno ancora qualcosa da dire a noi tutti.

Bibliografia
  • Battaglino A., Piazza Bernini 5. Qui finivano i beni espropriati agli ebrei, in Torino Storia, gennaio 2019, p. 25.
  • Remembrance of crime past, in The Economist, 16 dicembre 2023, p. 24.

SITOGRAFIA

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