Le tribolazioni di un pastore valdese in Libia

Corrado Jalla, cappellano militare tra il 1911 e il 1912

Nell'immagine: Ritratto di Corrado Jalla a Tripoli, con il bracciale identificativo della Croce Rossa (foto scattata da Corrado Jalla e custodita presso l’Archivio fotografico valdese).
Giornalista di periferia, professionista dal 1998, ha sperimentato la vita di redazione e quella del freelance. Ha coordinato un sito web di notizie negli anni ’90 e ha fondato un… leggi tutto
  

“Il comandante del Distretto Militare di Pinerolo ha pubblicato il manifesto d’ordine del Ministro della guerra, per la chiamata delle reclute di prima categoria della classe 1891. […] I giovani dei comuni sotto indicati devono presentarsi al sindaco del comune il giorno 22, ed il 23 al distretto militare: […] Luserna S. Gio., Lusernetta, Angrogna, Rorà, Torre Pellice, Bobbio Pellice, Villar Pellice, Cavour, Bibiana, Campiglione, Fenile”.

Centrotredici anni fa, articoli di questo tenore comparvero sui giornali locali di tutta Italia, Piemonte compreso: questo è tratto da L'Eco del Chisone di Pinerolo. Alcune navi della Regia Marina stavano già attraversando il Mediterraneo e su tutta la stampa nazionale le migliori firme facevano a gara per tratteggiare l'importanza economica, strategica, culturale e finanche umanitaria dell'imminente invasione della Libia. Era l'unico territorio africano ancora in mano al Sultano ottomano. E molti erano convinti che gli abitanti di origine araba attendessero con ansia che una potenza europea – come il Regno d'Italia riteneva di essere – sostituisse la Turchia nel dominio, portando progresso e prosperità. È lo spirito con cui partirono numerosi ventenni.

Gruppo di militari a Bengasi (foto scattata da Corrado Jalla e custodita presso l’Archivio fotografico valdese).
Gruppo di militari a Bengasi (foto scattata da Corrado Jalla e custodita presso l’Archivio fotografico valdese).
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In guerra nella Croce Rossa

Il 1º ottobre lasciarono la Val Pellice 32 militi della Croce Rossa, incaricati – insieme a nove infermieri e inservienti di San Secondo, Prarostino e Roccapiatta, a un furiere di Viù e a un cuoco di Torino – di allestire in Tripolitania l’Ospedale n. 31. Non stupiscano né l'inquadramento militare né la consistenza numerica della Croce Rossa di Torre Pellice all'epoca dei fatti. Il sottocomitato locale era (ed è) tra i più antichi d'Italia.  L'idea di un corpo medico-infermieristico che si prendesse cura dei feriti in battaglia, indipendentemente dalla loro nazionalità e divisa, nacque nel 1859 a un imprenditore svizzero, Henry Dunant, che durante la seconda guerra d'indipendenza, rimase profondamente colpito dallo strazio dei soldati, reduci dalla battaglia di Solferino, che stavano ricevendo cure sommarie dalla popolazione nel vicino borgo di Castiglione delle Stiviere, nel Mantovano. Ebbene, proprio in queste circostanze Dunant divenne grande amico di un medico valdese con radici in Val Pellice, Louis Appia, che della Croce Rossa fu cofondatore, ispirando nella comunità d'origine un notevole impegno pionieristico.

Alla fine di quel bellicoso 1911, si stava apprestando ad aggregarsi al corpo di spedizione come ministro di culto evangelico presso la Croce Rossa il pastore valdese Corrado Jalla. Di fatto, stiamo parlando del primo cappellano militare valdese con un ruolo ufficiale.

Corrado era cresciuto nel Canton Grigioni, in Svizzera, e poi a Firenze, dove il padre fu a lungo direttore dell'Editrice Claudiana. Corrado era stato consacrato pastore a Torre Pellice solo tre anni prima, nel 1908. Quando affrontò l'esperienza libica aveva 28 anni.

Ambulanza della Croce Rossa di Torino a Derna, 20 aprile 1912 (foto scattata da Corrado Jalla e custodita presso l’Archivio fotografico valdese).
Ambulanza della Croce Rossa di Torino a Derna, 20 aprile 1912 (foto scattata da Corrado Jalla e custodita presso l’Archivio fotografico valdese).

In una “nuova terra italica”

Jalla ha lasciato molto prezioso materiale, custodito presso l'Archivio della Tavola valdese. Il suo resoconto dattiloscritto di 52 pagine illustra nel dettaglio movimenti, incombenze, rischi e adempimenti, con quel tono formale che un atto di questo genere doveva avere. Ma è soprattutto la sua corrispondenza personale, in particolare con Arturo Muston, presidente del Comitato di Evangelizzazione, a offrire un'umanissima testimonianza di un uomo di fede di fronte all'orrore della guerra. Con grande dedizione, inoltre, Jalla scattò circa trecento fotografie, che restano come documentazione visiva preziosa delle città visitate, della loro popolazione locale e dei soldati e militi di Croce Rossa impegnati in quelle lande desolate.

Il 1º dicembre 1911 – scrive Jalla nella relazione ufficiale – entravo in servizio presso il Comitato di Croce Rossa di Torino, il cui presidente Marchese Luserna di Rorà si disse lieto di mandare ai Valdesi in Libia un loro pastore, memore dei vincoli che hanno da secoli legato e ancora legano la sua famiglia alla nostra; alla sera partivo già per Roma. […] I preparativi e le modalità pel viaggio furono così velocemente fatti, che già al 7 dicembre avevo l'ordine formale d'imbarcami sulla Nave-Ospedale di Croce Rossa Memphi.
Il mercato coperto a Bengasi (foto scattata da Corrado Jalla e custodita presso l’Archivio fotografico valdese).
Il mercato coperto a Bengasi (foto scattata da Corrado Jalla e custodita presso l’Archivio fotografico valdese).

L'impatto di Jalla con la “nuova terra italiana a Tripoli”, come la definì sul rapporto, fu durissimo. Fu

subito aggregato all'ospedale da campo n° 31 di Torino, che cogli ospedali di Milano e di Padova s'era sobbarcato il grave e pericoloso incarico di Lazzaretto pei soldati colerosi. Alle dipendenze del Tenente D. Chiais, trovai i nostri militi del Sottocomitato di Torre Pellice e Prarostino in lutto per i compagni estinti. Dei 43 militi venuti al principio d'ottobre, dopo meno di due mesi di reale permanenza in Libia due erano già sotto terra coi corpi, 6 rimpatriati per malattia, fra cui 4 dei nostri, Giovan Paolo Gonet di Prarostino, Alfredo Gonet figlio del sindaco di Roccapiatta, Giovan Giacomo Bertalot di Torre Pellice e Giovan Giacomo Ricca di S. Giovanni.

I valdesi che accolsero il pastore al suo arrivo erano ridotti a venti:

Il simpatico e fedele Maresciallo Bonjour, il Furiere Forneron […], tre caporali: Albarin di S. Giovanni, Lamy Malan di Angrogna e Stefano Bertinat, inoltre 15 semplici militi […]. "Quei d'Italia vi salutano", dissi loro, "e confidano che sarete fino all'ultimo degni del loro affetto della loro stima".
Automobile militare davanti al Molo Sparto di Tripoli (foto scattata da Corrado Jalla e custodita presso l’Archivio fotografico valdese).
Automobile militare davanti al Molo Sparto di Tripoli (foto scattata da Corrado Jalla e custodita presso l’Archivio fotografico valdese).

Tra piombo e colera

L'atmosfera era triste. Troppo fresco il ricordo della morte di due colleghi, Matteo Emilio Sibille, 25 anni, di Torre Pellice, e Augusto Malan, 28, di Luserna San Giovanni: “Vittime ambedue della loro abnegazione a prò (sic) dei colerosi”. Il caso di Sibille, deceduto il 15 novembre in conseguenza di una grave infezione intestinale, era stato abbondantemente raccontato sulla stampa, non solo locale, per il drammatico privilegio di essere stato il primo. Il Pellice – che, tra i giornali della zona, era l’unico contrario alla guerra – si commosse per la giovane vita spezzata “sulla triste spiaggia africana, laddove piombo e colera decimano purtroppo i figli d’Italia”. Emilio fu ricordato come uno “di quelli che parlavan poco… ma che partivano quando li chiamava la voce del dovere. Ed i disastri del terremoto lo trovarono in Calabria; l’infezione colerica lo ebbe nelle Puglie, senza tema di pericolo”.

Il corrispondente dal fronte per La Stampa, Cini Rosano detto Ciro, dedicò un lungo paragrafo al milite torrese, riportando la testimonianza di un interprete arabo:

Questi [Sibille, ndr] era un piccolo soldato […]. È morto curando i suoi fratelli. […] Un po’ prima di morire la posta gli aveva recato una lettera della mamma sua… Un commilitone gliela lesse, seduto al suo capezzale. […] Il piccolo soldato italiano aveva l’occhio spento, ma il cuore desto. Si commosse alle parole della sua mamma, che non sapeva che era ammalato, e che gli augurava di tornar presto tra i suoi monti […]. Il soldatino allora disse al compagno che gli aveva letta la lettera: “Tu le risponderai che sono un po’ indisposto. Non spaventarla, però. Lasciala credere”. […] Poi non parlò più e morì dolcemente.

Quando le notizie luttuose diventarono più frequenti, le righe di commiato si ridussero e i toni si fecero meno enfatici. Commentando la morte di Augusto Malan, l'Avvisatore alpino, che pure assai più favorevole de Il Pellice all'avventura coloniale, si lasciò andare a una velata polemica:

La perdita dei militi che cadono sul campo dell’onore, meglio, del dovere, non ha compenso che valga. Ma pure il Governo deve un indennizzo alle loro famiglie. Si stanno facendo le pratiche affinché venga con qualche sollecitudine liquidata la pensione alle famiglie dei caduti.
La lapide che ricorda i tre militi della Croce Rossa, Emilio Sibille di Torre Pellice, Augusto Malan di Prarostino e Michele Frache di San Giovanni, deceduti in Libia (foto scattata da Corrado Jalla e custodita presso l’Archivio fotografico valdese).
La lapide che ricorda i tre militi della Croce Rossa, Emilio Sibille di Torre Pellice, Augusto Malan di Prarostino e Michele Frache di San Giovanni, deceduti in Libia (foto scattata da Corrado Jalla e custodita presso l’Archivio fotografico valdese).

Mesi di stenti

Certi articoli di giornale dovettero dispiacere alle autorità militari. Il maresciallo Giovanni Bonjour di Bobbio Pellice, assistente amministrativo della Croce Rossa di Torre Pellice, assunse l'incarico di provare a ridimensionare il dramma che si stava vivendo a Tripoli:

Alcuni nostri militi hanno avuto un po’ di difficoltà [sic] a farsi all’aria tripolina, quindi vennero proposti, in seguito al loro desiderio, per un prossimo rimpatrio; ma siccome fortunatamente ora stanno bene, non so se verranno rimpatriati prima di noi tutti, cioè prima della fine di Dicembre. Certamente la morte dei due cari compagni ha abbassato alquanto il morale dei componenti il nostro Ospedale. Non abbiamo però tardato a farci una ragione, nella fiducia della protezione di Colui ch’è misericordioso e buono.

Pur senza farne cenno alcuno sull'Avvisatore alpino, invece, Bonjour aveva il suo bel daffare per trovare una soluzione a una questione spinosa: la sepoltura delle vittime valdesi. A quel tempo, infatti, le discriminazioni al riguardo non erano ancora un ricordo. Dopo che Bonjour ebbe ottenuto il permesso dal Gran rabbino Ben-Recan, le salme dei caduti “religionari” furono accolte nel cimitero israelitico di Tripoli.

Il 14 dicembre – riportò il pastore Jalla nella relazione – fece la mia prima pietosa visita alle tombe, su cui tristemente seccavano le palme del giorno della sepoltura e dove si riconosceva il posto solo […] dagli elmetti di Croce Rossa dei caduti: proprio quella mattina le donne ebree piangevano sulle tombe dei loro morti […] e non dimenticavano i nostri.
Il maresciallo Giovanni Bonjour della Croce Rossa di Torre Pellice sulle tombe dei caduti Sibille e Malan, nel cimitero ebraico di Tripoli (foto scattata da Corrado Jalla e custodita presso l’Archivio fotografico valdese).
Il maresciallo Giovanni Bonjour della Croce Rossa di Torre Pellice sulle tombe dei caduti Sibille e Malan, nel cimitero ebraico di Tripoli (foto scattata da Corrado Jalla e custodita presso l’Archivio fotografico valdese).

Jalla prese l'iniziativa di finanziare personalmente l'incisione d'una lapide, che dovette presto riportare una ferale aggiunta. La sera del 23 dicembre, per un tragico incidente, il trombettiere Michele Frache di San Giovanni cadde ucciso da uno sparo partito accidentalmente dal moschetto di un compagno, un milite torrese, Francesco Alessio. Frache fu sepolto nel cimitero ebraico e il Tribunale militare di Tripoli dichiarò il non luogo a procedere nei confronti di Alessio, ma questi fu l'unico dei membri del primo contingente a non tornare a casa a gennaio, firmando per la permanenza fino a giugno. “Gli altri militi si dichiarano ben lieti di aver potuto ritornare a casa e non sono certo entusiasti della vita tripolina”, commentò Il Pellice il 19 gennaio. “Non faccia caso a quel che può aver detto qualche milite tornato a casa: io ne parlo sempre bene”, tenne a precisare in una lettera a Muston, il 18 febbraio, il pastore Jalla. Che poi aggiunse: “Perché conviene coprire le vergogne dei nostri”. Le “vergogne” erano gli atteggiamenti poco patriottici mostrati da alcuni, dopo mesi di stenti e malattie. Ma occorre comprendere il punto di vista di Jalla, considerata la sua posizione. Egli stesso, d'altro canto, cominciava a percepire la stanchezza per l'ingrato compito:

Caro Signor Muston – scrisse cinque giorni dopo, il 23 febbraio – spero che non si è [sic] spaventato troppo nel vedere che mi sento un poco stanco. Gli stessi militari arrivati al terzo mese di campo sono condotti in baracche o caserme vicino alla città per prendere riposo, è naturale che anch'io vedrei volentieri il momento di poter dormire in una casa […]. Le ho dato le ragioni per cui mi sembrava anche conveniente dal punto di vista dell'opera evangelica di lasciarmi ritornare a casa…

Ma nessuno, tra i colleghi pastori, era disponibile a sostituire Jalla in Libia. E la sua permanenza si protrasse ancora per tre mesi abbondanti.

Interno del cimitero di Bengasi, con le tombe dei soldati morti (foto scattata da Corrado Jalla e custodita presso l’Archivio fotografico valdese).
Interno del cimitero di Bengasi, con le tombe dei soldati morti (foto scattata da Corrado Jalla e custodita presso l’Archivio fotografico valdese).

Morire soli

La guerra, intanto, si stava dimostrando tutt'altro che la “passeggiata” strombazzata da alcuni giornali alla vigilia. I soldati della Val Pellice e del Pinerolese che combattevano in Libia, soprattutto con il Battaglione Fenestrelle, erano numerosi, anche se i giornali locali cessarono presto di elencare le loro partenze. Il Pellice, nella sua campagna contraria al conflitto, cominciò a pubblicare alcune lettere dal fronte.

È un mese che sono in guerra, un lungo mese che costituisce una serie completa di ogni privazione che rinunzio ad enumerare essendole facile immaginarle – scrisse, ad esempio, il caporale d'Artiglieria Ernesto Ribet al suo maestro, che evidentemente inoltrò la missiva al settimanale. Dormire sempre all’aperto e, come si dice, con un occhio solo, tanto più adesso che siamo entrati nella stagione delle piogge e il clima è tutt’altro che temperato. Di giorno un caldo che arrostisce e di notte un freddo pungente dal quale visto il nostro scarso equipaggiamento è impossibile ripararsi.

Il primo soldato valligiano a cadere fu Giovanni Pietro Pontet di Bobbio, impegnato nella battaglia a Sidi-Messri. Accadde il 28 novembre, ma l’informazione giunse all’Avvisatore alpino solo un mese dopo. Le circostanze del suo decesso sono incerte. Secondo il resoconto di Jalla, che cominciò a visitare i tanti ospedali da guerra e da campo sparsi tra la città di Tripoli e le oasi circostanti, Pontet era morto “oscuramente di colera […] all'Ospedale-lazzaretto n. 3 di Sanità militare: nessun particolare […] ho potuto raccogliere sulla sua fine; nel terrore del grave morbo – lungi da compagni e compaesani – egli deve essersi sentito tristemente solo”, rifletté il pastore.

Commovente anche la storia di Giovanni Bosso, bricherasiese, cattolico, appuntato del I Reggimento Artiglieria da Montagna, caduto ad Ain-Zara la notte tra il 3 e 4 marzo 1912. Pochi mesi prima aveva scritto ai genitori una lettera dal fronte, pubblicata su L’Eco del Chisone il 5 gennaio 1912.

Tripoli, 16 dicembre (1911)
Carissimi genitori, mi rallegro al sapere che siete in buona salute, come ringraziando Iddio è di me. Vi dico che questi giorni scorsi li abbiamo passati piuttosto tristi perché ci siamo avanzati contro il fuoco nemico. Se aveste veduto in questi giorni passati quando siamo andati sotto coi nostri cannoni, i turchi e gli arabi fuggivano come gli uccelli. Le loro perdite sono state moltissime e da nostra parte sono pochi bersaglieri, e qualcuno di fanteria, d’artiglieria sono rimasti due. Adesso siamo qui in mezzo ad un deserto ove non si vede che Cielo e terra; non c’è una pianta né un fil d’erba. Di giorno fa caldo che ti brucia e di notte fa freddo; siamo qui attendati e si dorme sulla sabbia con niente sotto. […] Sono qui; speranza di ritornare l’ho buona; soltanto che di qua, si ritorna se Dio vuole, ma non pensate sopra di me, se il mio destino è di morire, pensate che tanto si può morire qui come in Italia, e vi dico ancora se ho da tornare ad abbracciarvi che questa conta proprio per una e si può dire che sia nato un’altra volta. Non mandatemi dei soldi perché non ne ho bisogno. […] Addio, vostro figlio Giovanni.
Tripoli. La fonte del Molo Sparto riservata ai militari (foto scattata da Corrado Jalla e custodita presso l’Archivio fotografico valdese).
Tripoli. La fonte del Molo Sparto riservata ai militari (foto scattata da Corrado Jalla e custodita presso l’Archivio fotografico valdese).

Il caso Chiavia

Tornando al pastore Corrado Jalla, dal 10 marzo lasciò Tripoli per fare visita ai militari valdesi sparsi in altre località. Il viaggio, compiuto via mare, lo portò a Homs, poi a Bengasi e – il 31 marzo – a Tobruk, dov'erano, tra gli altri, diversi soldati di San Secondo, Prarostino, Torre Pellice, Angrogna e della Val Germanasca.

A Derna, dove giunse il 9 aprile, lo attendeva uno dei casi più dolorosi e complessi dell'intera sua esperienza in Libia. In questa località della Cirenaica era stato trasferito, sin dal 2 dicembre, un gruppo di militi della Croce Rossa di Torre Pellice. Il 17 gennaio uno di loro, l'infermiere d'ambulanza Pietro Chiavia di Serre d'Angrogna, era deceduto in conseguenza della febbre da tifo. La notizia era giunta in Val Pellice dodici giorni dopo. Il Pellice riportò una triste circostanza: la madre, con cui Pietro – celibe – viveva, “avendolo sognato morto, scese lunedì a Torre Pellice per averne notizie ed apprese appunto la dolorosa dipartenza”.

La vicenda di Chiavia suscitò grande impressione. Era il quarto milite della Croce Rossa locale a perire: un prezzo altissimo se si considera che le vittime patite dall'organizzazione a livello piemontese furono complessivamente cinque! Fu sempre più difficile trovare nelle valli altro personale disponibile a dare il cambio ai compagni sulle coste africane. Per dare l’esempio, s’imbarcarono a marzo il sottotenente contabile Federico Margaria e il tenente medico Giovanni Cotta Morandini, insieme ad alcuni militi, di cui due alla seconda esperienza libica dopo un breve riposo.

Il "caso Chiavia" ebbe, per di più, conseguenze politiche di rilievo. L'infermiere angrognino, valdese, era stato seppellito in un luogo appartato, fuori dal perimetro del camposanto italiano. Fu probabilmente l'Avvisatore alpino a sollevare per primo la polemica, chiedendo a gran voce al ministro Luigi Facta che si facesse promotore di una “giusta riparazione dal Governo all’ingiusto affronto”. Stando all'Avvisatore, su cui scrivevano alcuni professori del Collegio valdese, “l’atto di intolleranza risultò dovuto al fanatismo d’un cappellano militare”, cui il comandante dell'ambulanza non aveva saputo opporsi. La questione fu ripresa da testate nazionali e internazionali, in particolare francesi, che strumentalizzarono la vicenda in chiave anti-italiana. Leone Caetani, deputato liberal-democratico e anti-clericale, nonostante appartenesse a una nobile famiglia romana che vantava due papi, presentò un'interrogazione parlamentare dai toni vibranti. Si tornò a parlare anche dei tre militi precedentemente sepolti nel cimitero ebraico.

La posizione di Corrado Jalla si fece difficile. In una lettera a Muston immediatamente successiva all'uscita della notizia sull'Avvisatore alpino si era rammaricato di non essere “riuscito a conservare al dominio della conoscenza privata quel che è già stato pubblicato pel naturale sdegno dei Valdesi”. Occorreva, ora, evitare che la rivendicazione contro la prepotenza del cappellano – un frate francescano che si era ascritto la paternità della disposizione di seppellire la salma fuori dal recinto cimiteriale – diventasse pretesto per una critica alle autorità militari e, di conseguenza, al Governo. Jalla fu convocato al Comando del Corpo di Spedizione “per dare informazioni sulla risposta da inviarsi telegraficamente a S.E. il Ministro della Guerra”. La dichiarazione del pastore, che dev'essere stata vergata in condizioni di stress ben immaginabili, fu poi letta alla Camera:

Non è nell'esercito, ove i soldati nostri combattono e muoiono come fratelli, che possano allignare sentimenti settari e medioevali. In esso vige un solo culto: quello della Patria.
La caserma a Tripoli (villaggio Dahra). I militi della Croce Rossa sull'attenti (foto scattata da Corrado Jalla e custodita presso l’Archivio fotografico valdese).
La caserma a Tripoli (villaggio Dahra). I militi della Croce Rossa sull'attenti (foto scattata da Corrado Jalla e custodita presso l’Archivio fotografico valdese).

Ritorno

Quando, il 31 maggio, Corrado Jalla lasciò il suolo libico, dopo quasi sei mesi di permanenza, era un uomo provato. Aveva atteso a lungo quel momento. Ancora a Derna, il 24 aprile, aveva dedicato buona parte dell'ennesima lettera a Muston ad attestare quanto la sua presenza, ormai, fosse poco utile, vista la riduzione del numero dei valdesi in Libia:

L'unica soluzione mi parrebbe di lasciare il campo senza pastori nostri, parlando prima col Governo, perché in caso di bisogno possa tornare io stesso dopo un certo riposo, ormai necessario.

Il suo desiderio di lasciare in ogni caso l'Africa – a costo di trasferirsi nelle isole del Dodecanneso, nuovo teatro di guerra – traspare da una missiva del 15 maggio:

L'unico luogo dove potrei andare al momento presente con qualche ragione sarebbe Rodi. Là ci sono Valdesi quanti non siano altrove. Gli unici Alpini valdesi […] sono là. Se la campagna dell'Egeo prende una piega un po' lunga […], sarò ben presto pronto dopo il mio ritorno ad iniziare una seconda campagna di guerra. Anche da questo punto di vista, è bene che ritorni in Italia per essere pronto ad ogni evenienza.

Jalla chiese “un mese di congedo almeno”, pur dandosi disponibile a mantenere la corrispondenza con gli evangelici in Libia. “Salvo una piccola spesa di posta e di eventuali soccorsi [quest'impegno] non richiederebbe granché”, sottolineò il pastore, sempre attento, nei rapporti con il presidente del Comitato di Evangelizzazione, alla questione dei costi. Jalla evidenziò, tuttavia, una necessità personale: “Avrei bisogno di farmi aggiustare un po' i denti: uno mi si è spezzato a Tripoli, a furia di mangiare pane arrostito per precauzione igienica contro il colera”.

Venditori di essenze al Suk el Hobsa di Tripoli e esterno della moschea dei Caramanli.

Il 5 luglio, nella prima lettera a Muston da Firenze dopo il rimpatrio e l'agognato periodo di riposo, la scrittura di Jalla si fa decisamente più rilassata. Si dice pronto “ad occupare il pulpito della Chiesa di via Serragli” per il Culto della domenica successiva e sottolinea: “Da che sono tornato non ho potuto dare il mio tempo che alle fotografie. Ho oramai finito di svilupparle e guarderò di finire di stamparle al più presto”. Sono quelle di cui riportiamo una selezione in queste pagine.

Corrado Jalla, dopo l'esperienza come cappellano, conseguirà altre tre lauree, dopo quella in Teologia: in Legge, Lettere e Geografia. Sarà pastore a Napoli, Verona, Como, poi nelle valli, a San Giovanni, Perrero e Prarostino. Insegnante alla Scuola Latina di Pomaretto, poi al Collegio valdese di Torre Pellice, dopo un periodo a Fiume, dal 1935 sarà pastore a Stampa, nei Grigioni (Svizzera), fino alla morte, avvenuta nel 1947.

👉 L'articolo, a cura di Daniele Arghittu, è stato pubblicato per la prima volta sul numero XXII della rivista L’Ora del Pellice, nell’inverno 2021. Si tratta di un trimestrale di cultura locale dedicato alla Val Pellice realizzato dall'Associazione Hari, con cui abbiamo un accordo di collaborazione e scambio.

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