Un territorio distrutto dall’alluvione e inquinato dall’uomo e uno che è stato la dimora di un gigante dalla lunga barba arancione avranno mai qualcosa in comune?
Per avere una risposta bisogna recarsi nell’Alta Langa e visitare San Pantaleo e San Michele, due borghi posti sulle sponde del Bormida che formano il paese di Cortemilia. Non tutti i visitatori che ammirano il paesaggio sanno che ad aver contribuito alla rifioritura dell’antica Cohors Aemilia, crocevia che congiungeva l’entroterra al mare, è una donna: l'architetta Donatella Murtas.

Donatella si laurea alla fine degli anni Ottanta. Ha frequentato con entusiasmo la facoltà di Architettura di Torino ma qualcosa non la soddisfa pienamente. Un tarlo la tortura: “È davvero necessario costruire a ogni costo? Il costruire è il solo modo in cui un architetto si può esprimere?”. Lei non lo crede, ma, all’epoca, il tema della difesa del suolo e del paesaggio è praticamente ignorato dall’opinione pubblica e non è ancora entrato nelle agende dei governi come una priorità non più rinviabile.
A Oxford frequenta il secondo modulo del master europeo di Ingegneria ambientale che termina con lo stage presso la Countryside Commission, l’agenzia governativa che si occupa del mondo e del paesaggio rurale. Finalmente può studiare e collaborare a progetti di rilettura del territorio che passano attraverso la valorizzazione della cultura locale. Un approccio che vuole vedere al di là delle opere d’arte che spesso si possono ammirare nelle chiese o nelle pievi campestri. Un metodo di studio che intende valorizzare le tradizioni e le competenze che si sono tramandate nel tempo: dalle conoscenze tecniche di arti e mestieri alle capacità culinarie che si possono gustare sulle tavole imbandite. Insomma il background di una comunità.
Donatella ha la possibilità di confrontarsi con professionisti che hanno la sua stessa visione: concepiscono l’architetto come colui che è capace di valorizzare ciò che già esiste, seppur sottovalutato. La svalutazione di questi beni, spesso immateriali, porta alla loro inevitabile perdita e corrisponde a un incalcolabile danno per le popolazioni. Un danno che riguarda tutti e di cui ci possiamo rendere conto ogni volta che si parla di disastro idrogeologico dovuto all’incuria dell’uomo e all’errato sfruttamento del suolo.
Entra in contatto con l’associazione Common Ground e la sua fondatrice Sue Clifford, che diventa la sua ispiratrice. Sperimenta l’efficacia delle Parish Maps, che rappresentano le caratteristiche materiali e culturali di un luogo e che hanno la magia di unire persone e luoghi.

In Italia Donatella mette a frutto il suo bagaglio esperienziale entrando a far parte del primo Laboratorio ecomusei, un punto di riferimento a livello nazionale ed europeo. All’interno dei neonati ecomusei piemontesi, istituiti formalmente con la Legge Regionale 14 marzo 1995, n. 31, trova la sua piena realizzazione.
In questo contesto introduce le mappe di comunità e sperimenta pratiche di progettazione partecipata organizzando team formati da professionisti di differenti discipline che, attraverso la lettura del paesaggio, interpretano il patrimonio culturale di un luogo.
La funzione delle mappe di comunità è quella di individuare e inventariare gli elementi condivisi dall’intera comunità, che, riconoscendoli, se ne farà carico con lo scopo di preservare l’identità del luogo in modo che non venga, più o meno volutamente, modificata perché non conosciuta. Inizia così la fase di tutela e di disseminazione.
La perdita del carattere di un luogo è un rischio che spesso corrono i territori marginali, che, non avendo rilevanti monumenti da proporre al mercato turistico, rischiano di sottovalutare i loro caratteri tipici, inserendo nella loro offerta degli standard omologati che appiattiscono e rendono omogenei i borghi. È questo processo esasperato a far perdere per sempre le caratteristiche che li rendono unici. Forte di queste convinzioni, Donatella collabora alla stesura del progetto per la partecipazione al bando regionale che istituiva gli ecomusei per la valorizzazione del patrimonio diffuso.

In quegli anni il territorio di Cortemilia è profondamente ferito. Da quasi un secolo è depauperato. Era il 1909 quando, per la prima volta, si iniziò a parlare di inquinamento. A farlo fu il pretore di Mondovì che dichiarò la contaminazione dei pozzi d’acqua. La lotta per la tutela del territorio era incominciata. Nel giro di un decennio Cortemilia cessò la distribuzione delle acque del proprio acquedotto. C’è chi racconta che non si potesse neppure bruciare il legname perché le sostanze inquinanti rilasciate dall’ACNA di Cengio venivano sprigionate durante la combustione. Si erano perse non solo le risorse idriche ma anche la terra, elemento vitale per ogni popolazione contadina.
All’abbandono delle campagne corrisponde ben presto il crollo dei muri in pietra a secco che sorreggono i terrazzamenti agricoli. Il passato viene bollato come una cultura agricola da dimenticare e questa convinzione fa sì che sembri inutile ricostruirli. Si perdono le competenze tecniche per mantenerli e costruirli ma, fatto ancor più grave, rischiano di scomparire i valori della cultura contadina che, legata al ciclo delle stagioni, è un connubio tra l’arte del saper attendere e quella del rispetto dei tempi.
La situazione si aggrava con l’alluvione del 1994. Il locale responsabile Anas racconta che il paese “sembrava un mare” e di aver visto case “sciogliersi”, inghiottite dalle frane che danneggeranno gravemente anche i terrazzamenti ancora esistenti. Il morale di chi aveva cercato di resistere all’attrattiva della grande città e si ostinava a vivere del frutto delle proprie fatiche è profondamente prostrato. Le colline descritte da Fenoglio e Pavese sono al collasso.

È a questo punto della storia che compare l’architetta Murtas, una donna dall’animo solare che crede fortemente nell’inestimabile valore delle origini ed è consapevole che la terra equivale all’identità culturale di una popolazione. È un legame potente, una sorta di cordone ombelicale che non viene mai davvero reciso che riporta alle radici più profonde. L’umanità, proprio come una pianta, può iniziare a pensare e a progettare il proprio futuro solo se ben ancorata al proprio passato e alla sua matrice identitaria.
Anche l’amministrazione del sindaco Giancarlo Veglio è convinta che, per risollevarsi, i cortemiliesi abbiano bisogno di qualcosa in cui credere e si interfaccia con Donatella. Assieme danno vita a un incubatore di idee che porterà, nel 1996, alla nascita di uno tra i primi ecomusei piemontesi, l’Ecomuseo dei terrazzamenti e della vite di Cortemilia, una delle prime realtà italiane a occuparsi della salvaguardia dei terrazzamenti intesi non solo come muro fisico, ma soprattutto come tutela e valorizzazione degli antichi saperi ancora presenti tra le popolazioni residenti nei paesaggi terrazzati. La mission è quella di riconoscerli quali opere monumentali dell’ingegno, della sapienza e della pazienza dell’uomo, raccontando la storia, le tradizioni, i modi di vita delle comunità che ieri li hanno costruiti e che oggi li custodiscono.

Interpretazione che ricalca quella dell’UNESCO, che nel 1995 inserì per la prima volta nella Lista del Patrimonio mondiale culturale i terrazzati filippini di Ifugao e anticipa la risoluzione del 2018 che iscrive nella lista del Patrimonio culturale immateriale l’arte della costruzione in pietra a secco – conoscenza e tecniche – con la motivazione che i luoghi sono i depositari di tecniche e abilità uniche.
La bellezza del paesaggio ha un importante contenuto intellettuale e sociale, oltre che ambientale. Racchiude la storia di una comunità che ha saputo sopravvivere utilizzando al meglio gli elementi di cui disponeva. Testimonia un mondo rurale e la sua millenaria cultura.
Gli obiettivi che si prefigge affinché il paesaggio terrazzato possa riconquistare un ruolo centrale per la gestione sostenibile dei versanti e possa così tornare a essere un patrimonio di tradizioni e saperi da conservare si contano sulle dita di una mano:

Nel mondo, i terrazzamenti sono protagonisti di numerose leggende. In molte culture asiatiche sono associati a divinità legate all'agricoltura e alla natura: vengono descritti come scale utilizzate dagli dèi per scendere sulla terra e insegnare agli esseri umani a coltivarla con cura. In Sud America rappresentano invece gli abiti indossati dalla montagna, luogo sacro delle divinità. In Alta Langa, però, non si trovò nulla di simile.
Donatella non si arrese: conosceva il potere dell’immaginazione. Immedesimarsi in una storia significa portare il cuore in un territorio e farlo diventare casa. Se un mito non c’era, bisognava inventarlo. E chi meglio dei bambini per farlo? È da questa intuizione che tutto inizia, perché – dice – “costruendo il concetto si può arrivare al progetto”. “Non avevo nulla e non conoscevo nessuno – spiega –, ora conosco tutti, perché ho bussato a ogni porta. Sono stata ascoltata e ho guadagnato la fiducia di molti, con i quali condividere nuove idee.”
Nell’ottobre 1999 la prima iniziativa dell’Ecomuseo fu rivolta alle locali scuole primarie. Ai bambini venne chiesto di osservare il paesaggio in cui erano immersi e di descriverlo in modo creativo. Il tema proposto fu: “Chi mai è stato a costruire il paesaggio terrazzato?".
Grazie alla sinergia con gli alunni venne creato il mito del gigante delle Langhe, un personaggio di fantasia dalla lunga barba arancione che abitava l’Alta Langa ben prima dell’uomo e che ha costruito sui fianchi delle ripide colline le sue scale per camminare senza scivolare. I terrazzamenti non sono altro che i suoi gradini! Nasce così il primo tassello del progetto: una favola a chilometro zero, donata dai bambini di Cortemilia per la rinascita della loro città.
La favola del gigante delle Langhe.
Donatella vuole che l’opera degli alunni acquisti una sua dignità: “Non volevo un prodotto da bambini, volevo valorizzare la loro creazione, renderla fruibile al di fuori della cerchia famigliare, trasformarla in una pietra miliare”. Persuasa dell’importanza della multidisciplinarità vuole interagire con professionisti di ambiti differenti, che esercitano diverse forme d’arte ma che possiedono la stessa affinità elettiva. Chiede la collaborazione di Marco Martis per le illustrazioni e dell’Atelier ABC affinché curi la veste grafica e l’editing.
L’idea del gigante delle Langhe è vincente perché dà origine ad altri titoli, altri libretti che portano dare vita, nel 2001, al premio nazionale di letteratura per ragazzi “Il gigante delle Langhe” un’iniziativa che si compone di tre sezioni principali che vogliono mettere in sinergia giovani lettori, autori e illustratori: la Sezione "Narrativa", edita per le fasce di età 8-10 anni e 11-14 anni – premio Eugenio Pintore; la Sezione "I racconti dei bambini" – premio Francesco Langella, che alimenta la collana "Favole a km 0"; la Sezione "Libro Illustrato edito" – premio Emanuele Luzzati.
L'alfabeto creato per celebrare la specificità locale.
Il premio diventa ben presto ambito. Ha la stima di case editrici, autori e illustratori, che gli riconoscono “autorevolezza, sensibilità, freschezza, immediatezza e democraticità”, e al sostegno della Regione Piemonte si è aggiunto il Patrocinio del ministero della Cultura. Oggi è alla sua XXIV edizione. “Non sapevo che sarebbe andato così distante” dice Donatella, ma chi la conosce bene non poteva avere dubbi del suo successo perché, anche in questa esperienza, nulla viene lasciato al caso.
Tra i primi giurati coinvolge Valeria Pelle, co-ideatrice del premio Emanuele Luzzati, Francesco Langella, l’allora direttore della Biblioteca internazionale per ragazzi Edmondo De Amicis di Genova, Rosella Picech e poi da Cinzia Ghigliano e don Antonio Rizzolo. Sono loro a scegliere i volumi da sottoporre alla giuria dei ragazzi. Una giuria diffusa in tutta Italia che, grazie al suo entusiasmo, è il punto di forza del premio e spesso ha individuato nuovi talenti. Ma che fare dei volumi che le case editrici inviano?
Lo storico palazzo dell’ex Pretura, proprio sulla principale piazza del centro storico di Cortemilia, è la giusta risposta. La sua ristrutturazione permette di creare i locali che ospitano il Centro d’interpretazione sul paesaggio terrazzato, gli uffici dell’Ecomuseo e della segreteria del premio e, infine, la nuova biblioteca: un luogo di condivisione, vivo, dove i giovani lettori si possono sentire a casa.
Il lavoro di Donatella non è ancora concluso. Non vuole considerare questo straordinario percorso come un’esperienza personale. Con Roberta Cenci, che con lei collabora da anni al premio e alla biblioteca, e Barbara De Micheli accomunata da affinità personali e professionali, fonda nel gennaio 2025, l’Associazione culturale Animae Langhe, gruppo di lavoro tutto al femminile con cui dare continuità ai progetti innovativi raccontati affinché possano consolidarsi e divenire buone pratiche per l’Alta Langa, includendola sempre di più nella rete virtuosa di collaborazioni.

Rivista Savej è un progetto di Edizioni Savej, casa editrice della Fondazione Enrico Eandi.
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