
Il giardino e i boschi limitrofi che circondano il castello della Manta sono ricchi di cedri, magnolie, aceri, roveri, castagni; una natura rigogliosa che ritroviamo anche all’interno, negli affreschi delle sale quattrocentesche. Foto di Roberto Morelli.
Fra le colline del Saluzzese non c’è cocuzzolo dove non si profili la sagoma di una rocca a coronare con il rosso dei mattoni il verde dei filari e le macchie di boschi. Per lo più sono costruzioni tozze che incutono timore, quasi un presidio morale del territorio, poco appariscenti e intensamente piemontesi.
Comunque, lasciata con un po’ di malinconia la bellissima Saluzzo, dopo il doveroso omaggio alla gotica Abbazia di Staffarda, il castello della Manta ci porta in un mondo tutto medievale. Innanzitutto Manta è un paese, il cui nome breve seppur fiabesco, quasi a ricordare una principessa o una fata, può trarre in inganno e far pensare che sia riservato al castello; invece, dopo aver lasciato il solito brulichio edilizio e commerciale del fondovalle e avere attraversato un pacifico centro agricolo che parla ancora di vestigia romane, ecco che la strada sale su una collina dove il mondo cambia all’improvviso: lo sguardo gira verso un inaspettato oceano di colli meravigliosi in un’alternanza di vigneti ben pettinati e scuri boschi da leggenda nordica, casali isolati, stradine che si perdono nel tempo dove poi nei giorni sereni domina su tutto la sagoma del Monviso. Quasi c’è da augurarsi un giorno di pioggia, tra i colori dell’autunno, quando il tempo si ferma tra le foglie che cadono sulla strada luccicante e si sente nell’aria il fumo dei camini. Questa è l’atmosfera che più si addice alle sale del castello della Manta.
Chi si era immaginato torri, fossati, ponti levatoi, finestre gotiche, camminamenti merlati o di ronda si trova invece davanti a un corpo di fabbrica rettangolare di mattoni di cui il solo fascino è l’aura del tempo depositata su muri ed edere. Il posto è splendido, un pianoro panoramico sotto il quale se ne sta incastrata, silenziosa e discreta la vecchia chiesetta quattrocentesca.

Il Trecento è il secolo che vede fiorire la borghesia, commerci e relazioni internazionali. Con l’arrivo delle truppe di Carlo d’Angiò si apre un mercato molto importante: la Provenza può offrire in maggior quantità e a minor prezzo tutto ciò che prima passava attraverso le mani di Genova e di Asti. Con gli Angioini i Colli di Tenda e della Maddalena assumono nuova importanza. Le tariffe di pedaggio dell’epoca offrono l’elenco delle merci transitanti a dorso di mulo: sono i panni di Francia, pellami con il pelo e poi conciati, tele, lane, sale, olio, biade, castagne, falchi cacciatori, maiali, montoni, pecore, formaggi, panni genovesi, fustagno, spezie, merceria, legnami pregiati, cotone e rame. Ma è anche il secolo della “peste nera” e delle grandi epidemie; a voler stare a quanto si apprende da fonti più disparate, sembra che non vi sia stato anno senza epidemia. Nel 1314 una pestilenza terribile segue una fierissima carestia che ha desolato Lombardia e Monferrato.
Le continue piccole guerre tra marchesi, principi e conti non si calcolano più perché ogni primavera qualcuno sente la necessità di fare un po’ di sano “sport guerresco” dando l’assalto alle campagne del vicino, bruciando fienili e granai, assediando terrazze e castelli, prendendo prigionieri per ottenere riscatti in denaro. I più bellicosi sono i principi d’Acaja che, confidando nella parentela con i Savoia, attaccano i vicini Saluzzo con ogni pretesto per strappare ridicole porzioni di terreno e miserevoli villaggi di confine. Le frontiere di questi microscopici stati non sono definibili che per approssimazione, oscillando ogni anno a seconda dell’esito delle contese.
Nel 1280 Tommaso I investe del feudo stesso Guglielmo Barlettus di Barge e nel 1313 glielo confisca “pro grandibus offensionibus”. L’interesse del marchesato verso il possesso del castello è grandemente determinato dalla sua importanza strategica collegata a quello dei manieri di tutta la linea che partendo da Revello arriva a Busca. Già Marziano Bernardi, storico sovrintendente torinese, osservava come, a differenza dei castelli della Valle d’Aosta, del Canavese e del Monferrato, posti su altissime rocche a dominio del piano sottostante, i castelli del Marchesato formassero invece una linea difensiva continua e immediata agli accessi dalle vallate da parte degli eserciti provenienti dalla pianura padana (essenzialmente i Savoia), contribuendo al tempo stesso a favorire l’eventuale ritirata delle forze dei marchesi verso la Francia, da sempre loro amica.

Come esempio dell’arte di corte del primo Quattrocento Manta è ancora oggi uno dei complessi più significativi del gotico in Piemonte. Fortezza “cortese” del marchesato di Saluzzo, era passata in eredità nel 1416 “castrum et villam” da Tommaso III di Saluzzo al figlio illegittimo Valerano, detto il Burdo. L’erede reggente, durante la minore età di Ludovico I, accrebbe in potenza la casata, ripristinò il castello trecentesco e, in memoria del padre, fece dipingere nella Sala Baronale la sequenza dei Nove Prodi e delle Nove Eroine, con iscrizioni probabilmente tratte dallo Chevalier errant, composto appunto dal padre, Tommaso III di Saluzzo, dal 1393–95 al 1404.
L’episodio narrato era famoso nell’iconografia degli arazzi del Trecento e Quattrocento come soggetto principe del mondo cavalleresco. Il tema coincideva con il brano presente nello Chevalier errant che mostra il protagonista accolto da Dame Fortune quando visita il Palais aux esleux, sede di nove magnanimi principi (tre ebrei: Davide, Giuda Maccabeo, Giosuè; tre pagani: Ettore, Alessandro, Cesare; tre cristiani: Carlo Magno, re Arturo, Goffredo di Buglione) e di nove eroine: la regina assiro-babilonese Semiramide, la principessa di Argo Deifile, la regina dei Massageti Tomiri, la regina dell’Illiria Theuca e le regine delle Amazzoni Sinope, Etiope, Ippolita, Lampeto e Pentesilea.
Tant’è che sulla parete convivono serenamente Omero e Carlo Magno, una galleria di personaggi che escono dalla Bibbia, dai poemi classici e dalle filastrocche della nonna. Le fascinose silhouettes avanzano su un prato fiorito, favoloso e insieme reale, non diverso da quelli dipinti negli stessi anni in tutt’altra area da Gentile da Fabriano. Alle fronde degli esili ma sani e fronzuti alberelli sono appesi gli scudi araldici, mentre i garbati versi di Tommaso da Saluzzo, lungo lo zoccolo, celebrano le imprese di ogni singolo personaggio, permettendone l’identificazione. Il primo di essi, giovane e glabro, è Valerano di Saluzzo, sognatore e poeta; l’ultima dama, purtroppo quasi svanita, è Clemenzia Provana, sua moglie.
Pur con la puntigliosa lettura, però, eroi, amazzoni, condottieri e regine vengono estratti dal loro tempo e proposti sulla scena tutti insieme, in una impossibile eppure formidabile contemporaneità. Come in una stravagante sfilata di moda, uomini e donne indossano costumi di stupefacente bellezza, non lesinano attenzioni e fantasie nelle acconciature. Stoffe meravigliose, folte pellicce, colori vivaci, armature splendenti: nemmeno i più arditi mazzi di carte da tarocchi riescono a immaginare un glamour tanto vario ed efficace.

La svolta determinante per la vita del castello si ha appunto con la realizzazione della grande Sala Baronale poi abbellita dai notissimi affreschi della Fontana della giovinezza, più che da quelli tratti dai personaggi dello Chevalier errant, scritto nel 1394 parte in prosa e parte in versi e illustrato, nell’esemplare esistente nella Biblioteca Nazionale di Parigi, dal miniatore francese conosciuto come il Maestro “de la Cité des dames”. Nel 2021 il libro miniato è tornato per qualche settimana in esposizione nella sua Saluzzo.
Il tema dei prodi e delle eroine ci porta nel vivo di un clima che allora nutriva la pittura di corte. Gli arazzi in particolare, in strettissima connessione con la letteratura, puntavano sugli uomini illustri. Molti studiosi indicano per queste rappresentazioni comuni strutture sociologiche in un’arte veramente internazionale al tempo dei Concili e di viaggi che dilatavano scambi e interessi tra Boemia, Sassonia, Inghilterra, Francia, Lombardia, Savoia.
Del resto, i trovatori provenzali non si fermarono solo in Provenza: alcuni di loro trovarono ospitalità presso le più brillanti corti piemontesi, e nei loro versi cantarono le donne piemontesi, tra tutte Beatrice di Monferrato, la Contessa di Savoia e la Marchesa di Saluzzo, presenze femminili depositarie di bellezza, sapere e potere. L’impostazione storica della lirica provenzale, che sconfina nelle nostre aree di frontiera, consiste nella creazione di un clima letterario e pittorico raffinato e animato da alti propositi d’arte. Con i trovatori rientra nella poesia l’elemento della riflessione e dell’intelligenza, la ricerca di uno stile ornato ed elegante, la coscienza orgogliosa della perfezione artistica.
Nella committenza di queste opere si vede qui da noi per la prima volta apparire la cultura laica, di cui il romanzo cavalleresco Chevalier errant è allo stesso tempo il primo e più completo esempio. Grande libertà di pensiero, spregiudicatezza di opinioni, ironia sottile, sarcasmo, invettiva felice vanno unite a solida cultura, gusto della descrizione, ripiegamento filosofico. Ma tutto il ciclo pittorico, con l’opera in prosa da cui è nato, è anche il viaggio di un’anima verso la verità, una rappresentazione in forma poetica del corso della vita umana.
Come nell’opera letteraria, anche qui ci sono giovani aitanti e biondi (essere biondi è sinonimo di bellezza superiore nel Medioevo cortese); questi esponenti dell’aristocrazia piemontese uniscono intelligenza a bellezza, gioia di vivere a fedeltà, signorilità di tratto a familiarità di modi, cultura superiore a comprensione del dolore. Costretti in un piccolo stato indifendibile, affinano le doti diplomatiche per uscire vincitori contro nemici immensamente superiori di forze.

Nella Sala Baronale è da notare lo studio analitico con cui sono resi i costumi sontuosi e fiabeschi, le armature, i gioielli, gli ornamenti: corone, armi, monili, cinture erano in rilievo e ricoperti da foglie d’oro e d’argento – raschiati e depredati durante il periodo di occupazione delle truppe francesi. Realizzati nello stile oggi denominato “gotico internazionale” e ancora oggetto di appassionato dibattito tra gli esperti, che ne discutono l'attribuzione a Giacomo Jaquerio, Aimone Duce o a un'altra bottega, formano indiscutibilmente “una delle più alte espressioni della pittura cavalleresca europea”.
Questa rimane la testimonianza più significativa raggiunta da un artista eccellente, che qui ha dato il meglio delle sue possibilità. La delicatezza dei toni, l’eleganza del disegno, il ritmo compositivo che scandisce e isola singole figure fanno di questa sequenza di personaggi famosi dell’antichità una delle più celebrate testimonianze della pittura cavalleresca europea ed è la rappresentazione dell’amor cortese. Quanto più la vita cavalleresca si viene affinando e ingentilendo, tanto più esso viene elaborato e coltivato nell’arte come nella vita, divenendo il nuovo ideale dell’amore. L’amore è sentito come un superiore principio che educa, affina l’anima, è stimolo alla perfezione dell’uomo, alla conquista della cortesia; diviene tutt’uno con essa.
La sfolgorante sinfonia di colori e personaggi cattura l’anima e lo spirito. Nella grande stanza rettangolare “per traverso”, affacciata verso il panorama coperto da un rassicurante soffitto ligneo, si diffonde la luce serena e sorridente della pittura ad altissimi livelli di consapevolezza internazionale. Realizzati entro il 1420, gli affreschi del castello della Manta sono davvero uno dei massimi capolavori del gotico cortese europeo, per finezza di stile, ricchezza e ampiezza del programma iconografico, ma anche per il grado di conservazione delle vaste scene, considerando che i personaggi principali sono a grandezza naturale.
Rimane veramente difficile indicare qualcosa di analogo nelle corti europee degli stessi anni. E se resta ancora controversa l’attribuzione a Giacomo Jacquerio, il massimo pittore piemontese del primo Quattrocento, gli affreschi sono genericamente riferibili a una bottega locale, ma sono tutt’altro che un’espressione provinciale. Raffinatissimi e perfettamente calibrati sono i riferimenti alla cultura internazionale: raccolgono e sviluppano gli stimoli stilistici degli arazzi e delle oreficerie, sulla ricca trama di una cultura letteraria di gusto francese. Di gusto suo, l’anonimo ma grande maestro della Manta aggiunge un irresistibile sorriso, un umorismo discreto ma contagioso che rende la Sala Baronale uno dei più divertenti cicli di affreschi del mondo.
Si sente l’aria di una festa di primavera, come se i nobili personaggi si prestassero a una danza di Calendimaggio, o a una passeggiata nei campi. Grazie alle sottili relazioni di sguardi, di gesti, agli accenni psicologici, al tocco leggero nella resa fisiognomica, rispettoso dell’antica aristocrazia e insieme pungente e caratterizzato fino al limite della caricatura, spira in questo nobile collegio un brusio divertito, ben lungi insomma da una parata araldica. Da un momento all’altro ci attendiamo che possano cominciare le musiche, scoppiare le risate, che qualcuno inizi un banchetto agreste. La cavalleria stava morendo e Valerano volle forse fermarne ancora l’ultimo attimo fuggente.

Di fronte alla sfilata degli eroi, in leggera penombra, tra due finestroni, si nota il grande e celebre affresco della Fontana della giovinezza, suddiviso in tre episodi: il corteo dei vecchi e degli sciancati – tra cui si notano re, prelati, monaci e donne – il bagno miracoloso e il ritorno dalla fontana. L’affresco è all’insegna dell’ansia di arrivare con i mezzi di cui ciascuno dispone – a piedi, a cavallo, sui carri – all’agognata fontana per riacquistare la giovinezza. Per questo motivo il postiglione frusta a più non posso i due cavalli che, in fila, tirano un curioso veicolo a quattro ruote, uscendo da una boscaglia, su cui sta, in atteggiamento imponente, un re incoronato dalla barba lunga e bianca con al fianco una regina in atteggiamento devoto. Per questo motivo il padrone indignato minaccia con il bastone il servo che lo tira, a mano, su un carretto, verso la fontana e che, incurante del desiderio del padrone di riacquistare il vigore giovanile, si è fermato a tracannare da una bottiglia. Intorno alla fontana miracolosa, a forma poligonale, in mezzo a un bel prato ferve il movimento e la vita. La gioia di poter soddisfare il loro desiderio spinge i vecchi a spogliarsi velocemente delle vesti ed entrare in acqua, da cui escono trasformati ed esuberanti.
Il soggetto della Fontana della giovinezza era presente su arazzi, ma lo si trova di preferenza con scatti di humour affini in xilografie tedesche: protagonista una fontana gotica, i gesti ansiosi, i nudi ridiventati acerbi. Incontri e schermaglie, la caccia come scena di amori agresti ripresi con un'aderenza pronta, raffinata. La “fonte della gioventù” era allora uno dei miti idolatrati che era in contrasto con un Medioevo tutto legato solo a un'immagine di maniera che trovava il tutto scandaloso, falsandolo.
Sulla destra del dipinto, la rappresentazione della scena del ritorno è di ambiente feudale: sfilano cavalli riccamente bardati, dame e cavalieri, mentre i cani rincorrono la selvaggina e il falconiere è pronto a lanciare i falconi. Con la giovinezza ritornano anche il desiderio e l’amore: infatti le dame si stringono ai loro cavalieri, mentre, a conclusione della scena, un giovane cerca di trascinare una fanciulla verso un boschetto, questa timidamente si ritrae dicendo “Si nous fuissons trouvées nous serions deshonorées”. L’arguto affrescatore, ironico e salace, ci trasmette un’energia nuova che entra a poco a poco nelle membra sfatte, le muta e ne riaccende gli antichi ardori. E come torna giovinezza, torna il giocondo amore con gli inviti promettenti e le fugaci illusioni e sulle soglie del bosco risorge ancora l’eterno peccato.

Ad affrescare poi nella stessa sala e in una nicchia una crocifissione ci pensò lo stesso pittore (e questa volta abbiamo la certezza della bottega di Jaquerio). Quindi una notevole differenza di temi: la sfilata degli eroi e delle eroine del passato, l’esaltazione della vita e dell’amore carnale, la drammaticità e il pathos della morte in croce. Se in tutti i lavori c’è, come ormai si concorda, la mano di Jaquerio, esiste solo in apparenza un’antinomia; questi sono infatti i temi del Medioevo sfocianti ormai nell’Umanesimo: i personaggi del passato, vestiti in abiti dell’epoca, simboleggiano il passare del tempo; la Fontana della giovinezza rappresenta l’esuberante desiderio di vita. Caratteristiche, queste, che emergono prepotentemente alla fine del Trecento e troveranno completa espressione nell’Umanesimo quattrocentesco; mentre la meditazione religiosa potrebbe essere un richiamo per l’uomo a non dimenticare la sua vera vita: quella ultraterrena.
La Crocifissione ci riporta ad altri lavori del presunto Jaquerio, come a Sant’Antonio di Ranverso. Anche qui a Manta si presenta in tutta la sua drammaticità, in particolare nella chiesa di Santa Maria al Castello, con una gamma di personaggi gozzuti e gibbosi quando rappresentano i servi dei giudei; imponenti e montati su sfarzose cavalcature quando impersonano i farisei. La figura del Cristo, che nella scena dell’entrata in Gerusalemme appare in tutto il suo sereno splendore, si trasforma, nel Getsemani, nella Flagellazione e poi nella Crocifissione, in una figura di disperazione e dolore umanissimi, mentre gli sono accanto i due ladroni che si contorcono nel supplizio.

Attorno, sulle pareti laterali, le altre scene della Passione, circoscritte in architetture dall’ingenua prospettiva. Il cammino di visita si può concludere osservando il motto del barone Valerano: “Leit Leit”, piano piano. Un motto che in tempi recenti è stato riscoperto quasi come un vessillo del “saper vivere alla piemontese”, un invito allo slow food che nella zona dispiega le sue delizie, che non saranno prodigiose come l’acqua della Fontana della giovinezza, ma il vino e i sapori della terra piemontese ci accolgono proprio accanto alla bellezza artistica e… senza fretta.
👉 Si ringrazia per l’uso delle immagini Maria Chiara Corazza, responsabile archivio iconografico del F.A.I., di cui il castello è proprietà.
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