L’Istituto dei Sordi di Torino

Un dipinto dell’artista sorda americana Nancy Rourke, che ora orna un’intera parete dell’Academy.

L’Istituto dei Sordi di Torino

210 anni di inclusione, innovazione e accessibilità

Maria Canonica

Laureata in Scienze storiche presso l’Università degli studi di Torino, si è occupata di storia del lavoro e di genere nel Novecento. Ha collaborato con il Centro di documentazione e… leggi tutto
  

In occasione della celebrazione dei 210 anni dalla sua fondazione, nel settembre 2024 l’Istituto dei Sordi di Torino ha inaugurato una nuova area presso la sua sede a Pianezza. I nuovi spazi a disposizione dell’Academy permetteranno di implementare i corsi tenuti da docenti sordi direttamente in lingua dei segni e finalizzati a mettere al centro le persone sorde. L’Istituto e l’Academy sono, inoltre, impegnati nella promozione dei Deaf Studies, dell’arte, dell’uso delle nuove tecnologie (anche tramite la programmazione di ISTv, una web tv che propone contenuti accessibili e rivolti alla comunità sorda) e dell’accessibilità di musei, mostre, università, scuole e archivi. Questa realtà rappresenta un punto di riferimento fondamentale per la comunità sorda italiana e internazionale, ma è anche un centro culturale aperto a tutti, luogo di ricerca e di scambio, con biblioteca e archivio a disposizione degli interessati. Al fine di comprendere l’importanza che tale istituzione ha avuto e ha tuttora sul territorio piemontese e la sua rilevanza sul piano internazionale, sembra indispensabile indagarne la lunga storia che affonda le sue radici nella volontà di alcuni grandi maestri di promuovere l’educazione di giovani sordomuti già dai primi anni del XIX secolo.

La nuova Academy e alcuni momenti dell'inaugurazione (Archivio Città Metropolitana di Torino).

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La fondazione dell'Istituto

A inizio Ottocento il primo che si fece promotore della fondazione di un luogo in cui poter dare un’istruzione a bambini con disabilità uditive fu Giovanni Battista Scagliotti. Originario di Varallo, acquisì le sue conoscenze nel campo dell’istruzione di bambini sordomuti e ciechi presso la scuola dell’abate Storck a Vienna, dove studiò a partire dal 1797. Godette di fama a livello internazionale, tanto che gli venne offerto l’incarico di direttore dell’Istituto di Hartford in Connecticut.

Fu Scagliotti a inaugurare, nel 1814, la prima scuola per sordomuti e ciechi all’interno del Regio Ospedale di carità in via Po, in quello che oggi è noto come Palazzo degli Stemmi. Solo dopo diversi anni di richieste all’amministrazione comunale di Torino e al re per ottenere un luogo idoneo dove stabilirsi, nel novembre 1819 l’Istituto per sordomuti ottenne la sua prima sede ufficiale: Scagliotti affittò a proprie spese parte di uno stabile in contrada San Carlo. Anche se l’anno successivo l’Università di Torino concesse un importante finanziamento annuo di mille lire, la scuola di Scagliotti non si vide riconoscere il titolo di "regio istituto". La ricerca di una sede stabile e adeguata alle esigenze della didattica rappresentò la spina nel fianco del primo istituto per sordomuti torinese poiché, nonostante le ripetute richieste, Scagliotti non trovò mai una soluzione che rispondesse ai suoi bisogni. L’impossibilità di trovare una sede e di creare una rete di relazioni sul territorio e con la comunità cittadina fu una delle principali cause dell’insuccesso e della fine di questo primo istituto.

Nonostante gli ostacoli incontrati a Torino, molti contemporanei ritennero valida la proposta educativa di Scagliotti. Il metodo impiegato prevedeva che, accanto all’apprendimento della lingua dei segni, gli alunni nelle condizioni di farlo esercitassero anche l’uso della parola come mezzo di arricchimento intellettuale e di interazione con gli altri.

Il Palazzo degli Stemmi oggi. Fotografia di Paolo Mussat Sartor e Paolo Pellion di Persano, 2010. © MuseoTorino
Il Palazzo degli Stemmi oggi. Fotografia di Paolo Mussat Sartor e Paolo Pellion di Persano, 2010. © MuseoTorino

Francesco Bracco e la Regia Scuola normale dei sordomuti

Se in un primo momento l’esperimento di Scagliotti fu apprezzato, lodato e sostenuto, la vita del suo istituto fu breve. Alla fine degli anni Venti le testimonianze mostrano una crescente sfiducia nell’educatore di Varallo e sempre maggiore difficoltà nel trovare i fondi necessari per finanziare le attività. Con la morte del re Carlo Felice, inoltre, venne meno uno dei principali sostenitori dell’Istituto; il successore al trono, Carlo Alberto, non dimostrò particolare interesse e, anzi, preferì finanziare l’altra scuola per sordomuti del regno, con sede a Genova. Proprio nell’istituto ligure si formò un sacerdote alessandrino, Francesco Bracco, che iniziò a riscuotere grande successo mentre la fortuna di Scagliotti andava scemando. Nel 1834, infatti, Carlo Alberto diede a Bracco il permesso di aprire, nella capitale del Regno di Sardegna, una scuola normale finalizzata alla formazione di maestri specializzati nell’insegnamento ai sordomuti.

La preferenza dimostrata dal re nei confronti di Bracco derivò anche dalla volontà regia di affidare l’istruzione dei sordomuti a figure religiose e non laiche come Scagliotti. Nel giugno 1834 Carlo Alberto approvò il progetto con il quale la direzione dell’Istituto dei sordomuti veniva affidata a due congregazioni, una maschile e una femminile. Molto presto, però, si dovette rinunciare a questa idea perché alcune congregazioni torinesi ritennero il compito troppo difficile per le proprie capacità; altre avrebbero preferito ottenere prima una formazione; alcune, infine, rinunciarono all’incarico poiché non avevano dei locali adeguati in città. Un aspetto importante nella storia dell’Istituto dei Sordi di Torino, dunque, è che, contrariamente a quello di Genova e alla scuola di Scagliotti, dove l’insegnamento si rivolgeva ai bambini sordomuti, il nuovo istituto diretto da Bracco, antenato dell’attuale Istituto dei Sordi di Torino, nacque come una scuola normale destinata alla formazione di futuri docenti e non all’educazione speciale dei sordomuti.

La prima sede dell'Istituto dei Sordi di Torino in via Assarotti.
La prima sede dell'Istituto dei Sordi di Torino in via Assarotti.

Grazie alle pressioni del conte Luigi Provana di Collegno, allora rettore dell’università, il 23 gennaio 1838 il re Carlo Alberto riconobbe alla scuola il titolo di “Regia Scuola normale dei sordomuti”, confermando la posizione di Bracco alla dirigenza e stabilendo che solo membri del clero sarebbero potuti diventare istitutori per i sordomuti. Al fine di formare al meglio i futuri docenti, venivano ospitati nella Regia Scuola alcuni sordomuti di entrambi i sessi che ricevevano un’istruzione gratuita; la loro presenza era fondamentale affinché i futuri insegnanti potessero svolgere il tirocinio. I programmi comprendevano l’insegnamento di religione, aritmetica, grammatica e calligrafia, materie necessarie per facilitare i rapporti e le interazioni sociali all’esterno della scuola. Venivano, inoltre, insegnate le basi dei lavori domestici alle giovani e i rudimenti di una professione ai maschi. Per quanto concerneva le metodologie impiegate, Maria Cristina Morandini, docente universitaria che ha studiato questi temi, ricordava che:

Al linguaggio mimico e al disegno (inteso come riproduzione di oggetti), adottati nella fase iniziale del percorso scolastico, veniva poi affiancata la scrittura, strumento di cui si auspicava un ampio e frequente utilizzo perché consentiva al sordomuto di instaurare legami con il contesto sociale di appartenenza: non era esclusa l’eventualità di introdurre, in un’epoca non meglio precisata, l’uso della parola.
Lezione in un'aula dell'Istituto dei Sordi di Via Assarotti.
Lezione in un'aula dell'Istituto dei Sordi di Via Assarotti.

Potevano accedere all’Istituto solo pochi alunni sordomuti e presto l’accesso venne ristretto ai soli sordomuti maschi. Al fine di ampliare il numero esiguo di giovani che potevano ricevere un’educazione, il 6 febbraio 1843 venne inaugurata una scuola parallela dedicata alle persone con disabilità uditive che non avevano i mezzi o i requisiti necessari per superare la selezione d’ingresso alla Regia Scuola. Frequentabile sia dai maschi che dalle femmine, proponeva corsi tenuti quotidianamente da un docente anch’egli sordomuto, Paolo Basso. Se questa iniziativa riscosse molto successo, non fu lo stesso per la Regia Scuola: nel primo decennio di quest'ultima erano stati solo otto gli iscritti ad aver ottenuto l’abilitazione per insegnare. La particolare specializzazione della formazione e la mancanza, nel Regno di Sardegna, di scuole dedicate all’istruzione dei sordomuti non permettevano vasti sbocchi professionali. Ai dirigenti della Regia Scuola fu così evidente la necessità di rivedere la struttura e gli obiettivi affinché la scuola potesse sopravvivere: la frequenza venne nuovamente aperta alle femmine e si accrebbe di molto il numero di allievi con disabilità uditiva ammessi.

Con l’aumento dei fruitori si rese necessario porre rimedio a un problema rimasto irrisolto già diversi anni prima: trovare una sede idonea. L’occasione propizia giunse nel 1855 quando la contessa Ottavia Borghese Masino di Mombello nel suo testamento nominò come proprio erede universale la Regia Scuola dei sordomuti. Nonostante metà del lascito fosse stato vincolato per acquistare o costruire una sede idonea, ci si rese conto che non sarebbe stato sufficiente; fu così che la direzione della scuola si rivolse al ministero degli Interni perché le venisse concessa una porzione di terra del demanio. Nel 1858 il governo destinò alla Regia Scuola circa 5.000 metri quadrati di terra in quella che ancora oggi è via Assarotti: proprio su quel terreno nel 1861 venne inaugurata la nuova sede dell’istituto progettata dall’architetto Marchini.

In questi anni la Regia Scuola conobbe diverse innovazioni, come la promozione di un saggio pubblico in cui gli alunni potevano mostrare ciò che avevano imparato e l’istituto poteva farsi conoscere; l’introduzione di nuove materie come la ginnastica; infine, la divisione del percorso di studi in tre classi per la durata di due anni ciascuna e corrispondenti a una progressiva crescita nella complessità degli insegnamenti. Nonostante la tendenza fosse evidente da anni, solo nel 1866, con l’approvazione di un nuovo regolamento interno, la Scuola normale divenne Regio Istituto dei sordomuti; si stabilì inoltre in modo definitivo che l’obiettivo dell’istituzione era quello di istruire ed educare le persone sorde sia sul piano religioso sia su quello civile: l’Istituto divenne, quindi, un convitto.

Il dormitorio del convitto in via Assarotti.
Il dormitorio del convitto in via Assarotti.

L’Istituto di don Lino Lazzeri e l’introduzione del metodo fonico

Nello stesso periodo vennero introdotte delle novità anche sul piano metodologico. A differenza della maggior parte dei maestri italiani, Scagliotti aveva seguito il modello viennese e aveva introdotto anche l’uso del linguaggio parlato, insieme al linguaggio mimico e alla scrittura. Contrariamente al suo predecessore, Francesco Bracco adottò il metodo in voga a Genova che prevedeva l’insegnamento solo dei gesti e della scrittura; proprio per rafforzare tale indirizzo, nel 1840 era stato assunto alla Regia Scuola anche un docente sordomuto, Paolo Basso. A partire dagli anni Sessanta dell’Ottocento, tuttavia, i maestri iniziarono a introdurre anche il linguaggio parlato, con esercizi per l’uso della voce. Il nuovo regolamento interno nel 1874, inoltre, dichiarò in modo esplicito e definitivo che il linguaggio articolato e la lettura del labiale dovessero avere la priorità sugli altri insegnamenti.

Un'aula dell'Istituto di via Assarotti.
Un'aula dell'Istituto di via Assarotti.

Affinché l’introduzione del metodo fonico avesse effettivamente successo e il Regio Istituto dei sordomuti potesse allinearsi in modo definitivo con il panorama nazionale e non solo, nel 1878 venne nominato un nuovo rettore che aveva alle sue spalle anni di insegnamento tramite il linguaggio verbale: don Lino Lazzeri. Formatosi presso l’Istituto dei Sordi di Siena sotto la supervisione di Tommaso Pendola, modificò l’organizzazione delle lezioni e delle pause con lo scopo di favorire l’uso del linguaggio fonico; diede maggiore libertà di insegnamento ai maestri; nel 1888 modificò in parte il saggio finale inserendo la recita di brevi commedie con lo scopo di promuovere l’Istituto. Negli anni Ottanta, sotto la direzione di Lazzeri, 78 alunni su 83 venivano istruiti con il sistema fonico puro. L’impegno del rettore nel metodo orale puro fu evidente con l’apertura, nel 1889, di una scuola dell’infanzia per bambine e bambini tra i 5 e i 9 anni con lo scopo di far apprendere la pronuncia di alcune sillabe o parole semplici fin dalla tenera età.

Con l’avvicinarsi del nuovo secolo la scuola entrò in una fase di difficoltà. Nel tentativo di porvi rimedio, a partire dal 1898 la direzione della sezione maschile venne affidata ai Fratelli delle scuole cristiane, una congregazione religiosa che si era occupata di istruzione ed educazione a Torino già dagli anni Venti dell’Ottocento. Lo stesso accadde per la sezione femminile, che nello stesso anno venne posta sotto la direzione delle Figlie della carità di San Vincenzo de' Paoli.

Monumento e targa dedicati a Paolo Basso.
Monumento e targa dedicati a Paolo Basso.

L’Istituto dei Sordi di Torino durante il ventennio fascista

Con lo scoppio della Prima guerra mondiale anche il Regio Istituto dei sordomuti di Torino venne interessato dallo sconvolgimento della guerra. I locali di via Assarotti vennero aperti per accogliere profughi sordi e i figli sordi di richiamati o caduti; furono quattro gli sfollati che giunsero a Torino in quegli anni.

L’avvento del fascismo e l’inizio delle riforme scolastiche del ministro Gentile rappresentarono un momento di svolta per le sorti dell’Istituto perché nel 1923 l’obbligo scolastico fino ai 16 anni venne esteso ai sordomuti. Nell’ambito della riforma, soprattutto per via dei costi di tale operazione, furono solo tre gli istituti che vennero confermati come statali; il Regio Istituto dei sordomuti di Torino non rientrò tra questi ottenendo solo la qualifica di paritario e il sussidio previsto per tale categoria di istituti scolastici. L’Istituto si impegnava a fornire un’istruzione ad almeno 90 sordomuti di entrambi i sessi, a rispettare i programmi didattici decisi a livello nazionale, ad adottare i libri approvati dal ministero, seguire il calendario didattico proposto dall’autorità e, in linea con i dettami del fascismo, porre particolare attenzione all’insegnamento dei valori della nazione. Durante il Ventennio vennero, inoltre, introdotti momenti di celebrazione e di sostegno al regime, come il commento degli sviluppi della guerra ogni lunedì, la raccolta di rifiuti utili alle industrie e la confezione di indumenti per l’esercito da parte delle giovani. Il regime promosse, inoltre, l’introduzione del lavoro all’interno di tutti gli istituti, aspetto la cui importanza era già stata sottolineata da autorevoli educatori per sordomuti a inizio Ottocento. Nell’istituto torinese degli anni Quaranta, infatti, erano in funzione diversi laboratori, già attivi nel secolo precedente, sia per i maschi sia per le femmine, come la sartoria e la calzoleria, la tipografia e la legatoria. In questi anni vennero introdotte novità anche per i docenti: per poter insegnare era necessario ottenere il titolo che potevano rilasciare le scuole di metodo di Milano e Napoli. Nell’istituto torinese c’erano, tuttavia, docenti che non erano in possesso di tale qualifica e a questi venne concesso il permesso di continuare la loro attività in virtù dell’esperienza accumulata nel tempo. In linea con il clima internazionale di quegli anni, nel 1938, secondo i provvedimenti in difesa della razza, l’accesso all’insegnamento presso il Regio Istituto venne precluso ai docenti ebrei.

Le vicende belliche e la devastazione della Seconda guerra mondiale colpirono fortemente l’Istituto. Nella notte tra l’8 e il 10 dicembre 1942 l’edificio di via Assarotti fu pesantemente bombardato. La distruzione dei tetti, della cappella, di alcuni laboratori e scale costrinsero la dirigenza a cercare una sede provvisoria in cui continuare le lezioni. Il 13 marzo 1943 l’Istituto si spostò in una villa a San Maurizio Monferrato messa a disposizione dal vescovo di Casale; molti genitori, però, non furono in grado di portare gli allievi nella nuova sede per via dei pericoli del viaggio, mostrando, così, l’urgenza di tornare a Torino. Dal 1945 le lezioni ripresero nella sede di via Assarotti anche se in forma ridotta.

Una scolaresca nell'ex sede di Via Assarotti.
Una scolaresca nell'ex sede di Via Assarotti.

L’Istituto nel dopoguerra

Con la fine della Seconda guerra mondiale e la nascita della Repubblica italiana, anche l’Istituto dei Sordi venne interessato da notevoli cambiamenti. Per prima cosa perse dal nome l’attributo di “Regio” mantenendo, però, il proprio stemma la cui croce bianca su sfondo rosso si rifaceva a quello di casa Savoia: questo stemma è utilizzato ancora oggi dall’Istituto. Un altro grande cambiamento riguardò la sede: il palazzo di via Assarotti, non più rispondente ai bisogni della didattica, venne venduto al Comune di Torino. Contemporaneamente venne acquistato un terreno di 30mila metri quadrati a Pianezza su cui erigere un nuovo stabile secondo il progetto di Ferruccio e Riccardo Grassi. Questo luogo si rivelò perfetto perché si trovava in una zona tranquilla e verdeggiante ma comunque vicino a Torino. I lavori iniziarono nel giugno 1963 e terminarono con l’inaugurazione nel luglio 1965; l’inizio delle attività didattiche segnò anche l’inizio di una nuova fase nella vita dell’Istituto.

A partire dagli anni Settanta, la fama e la vita dell’Istituto dei Sordi di Torino si legò alla figura di padre Antonio Loreti. La rilevanza del direttore per la storia della scuola e il segno che lasciò nei suoi collaboratori e in coloro che lo frequentarono sono stati celebrati nel settembre 2024 intitolandogli la via che conduce all’entrata dell’Istituto. Loreti ricoprì la carica di direttore dal 1967 al 2011 guidando l’Istituto in una fase molto complessa della sua vita. Con la legge 517 del 4 agosto 1977, infatti, si stabilì che gli studenti portatori di handicap potessero accedere alle scuole pubbliche; si diede così il via al processo di inclusione che mise in seria difficoltà le scuole speciali come l’Istituto dei Sordi. Contrariamente a quanto avvenne in altre realtà, l’Istituto di Pianezza decise di aprire i propri spazi e le proprie scuole anche a persone udenti: questo gli permise di sopravvivere e di iniziare un proficuo dialogo di inclusione con la comunità. Parallelamente vennero anche introdotte strategie di assistenza alle persone sorde inserite nelle scuole pubbliche e di sostegno alla comunità sorda anche al di fuori dell’ambito didattico.

Oggi l’Istituto dei Sordi di Torino è una fondazione senza scopo di lucro con al vertice un Consiglio di fondazione, che è del tutto autonomo nelle scelte delle attività. L’Istituto è un luogo vivace, internazionale e in grado di offrire esperienze, conoscenze e possibilità per la comunità sorda, ma anche per chi volesse approfondire questi temi e allargare i propri orizzonti.

Sede attuale a Pianezza.
Sede attuale a Pianezza.

Bibliografia
  • Randazzo A. (a cura di), L’educazione dei sordi a Torino: i primi grandi maestri, in La voce silenziosa dell'Istituto dei Sordi di Torino, 35-36, 2008.
  • Inaugurazione del nuovo edificio Academy dell’Istituto dei Sordi di Torino, in La voce silenziosa dell'Istituto dei Sordi di Torino, 47, 2024.
  • Morandini M.C., La conquista della parola. L'educazione dei sordomuti a Torino tra Otto e Novecento, Torino, SEI, 2010.
  • Sani R., L'educazione dei sordomuti nell'Italia dell'800. Istituzioni, metodi, proposte formative, Torino, SEI, 2008.

SITOGRAFIA

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