Le voci di pietra della città

I monumenti cittadini tornano in luce con gli scatti di Giorgio Boschetti

Nell'immagine: Monumento a Vittorio Emanuele “Cuore di re” (foto © Giorgio Boschetti).
Marina Maffei

Scrive da quando era al liceo, spinta da una curiosità che non ha mai smesso di farle domande. Tra studi giuridici e parole appuntate ai margini, ha capito che il… leggi tutto
  

“I monumenti non appartengono solo alla storia dell'arte, ma fanno parte della vita quotidiana delle persone”. Animato da questa convinzione, il fotografo Giorgio Boschetti ha immortalato, in notturna, i monumenti che punteggiano la città di Torino. Il suo lavoro è attualmente visibile a Palazzo Madama – Museo Civico d’Arte Antica, nella mostra MonumenTO, Torino Capitale. La forma della memoria.

La locandina della mostra.
La locandina della mostra.
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Un secolo di statuaria commemorativa in mostra

Il progetto espositivo, a cura di Giovanni Carlo Federico Villa e Cristina Maritano in collaborazione con l’Amministrazione civica e visitabile fino al 7 settembre, nasce dall’incontro tra un’esigenza di rilettura critica e un’occasione concreta: la capillare campagna fotografica realizzata da Giorgio Boschetti. Attraverso il suo obiettivo, i monumenti torinesi acquisiscono una presenza nuova e inattesa. Nelle immagini notturne, di forte impatto visivo, le statue emergono dal buio come figure isolate, sottratte al rumore urbano e restituite a uno sguardo ravvicinato, capace di coglierne espressioni, posture e tensioni formali.

A dialogare con queste fotografie è l’imponente mappa di Torino realizzata a china su carta da Alessandro Capra, che ha adottato una sorprendente soluzione “ibrida”: la veduta zenitale del nucleo storico della città, incentrata su piazza Castello e su Palazzo Madama, lascia gradatamente il posto a una veduta a volo d’uccello, che termina all’infinito meridiano sul Monviso. Nella fitta rete di vie e di piazze che compongono il tessuto urbano, si collocano i 79 monumenti pubblici di Torino, numerati in pianta e rappresentati a uno a uno in singole formelle lungo i bordi, in una visione complessiva che consente a chi guarda di cogliere l’insieme dei monumenti e la loro distribuzione sul territorio.

MonumenTO, Torino Capitale. La forma della memoria porta così all’attenzione il patrimonio diffuso di monumenti e statue commemorative che popolano vie e piazze cittadine. Si tratta di presenze spesso date per scontate, talmente integrate nel paesaggio urbano da risultare quasi invisibili, eppure centrali nella costruzione dell’identità collettiva. Non è un caso che la mostra sia ospitata a Palazzo Madama, già sede del primo Senato d’Italia, davanti al quale nel 1859 venne collocato il primo monumento verista: l’Alfiere dell’Esercito Sardo di Vincenzo Vela, la prima “dichiarazione politica” in marmo del nostro Risorgimento.

L'imponente cartografia di Alessandro Capra (foto © Palazzo Madama).
L'imponente cartografia di Alessandro Capra (foto © Palazzo Madama).

L’esposizione, si legge nella presentazione,

evidenzia come in nessun’altra città europea la scultura monumentale legata alla storia patria abbia avuto un ruolo così centrale come a Torino, prima capitale dello Stato sabaudo e poi, per un breve ma decisivo periodo, del Regno d’Italia. Un progetto culturale e politico concepito in epoca carloalbertina, in cui la statuaria monumentale diventa strumento visivo e simbolico di un più ampio disegno di riforma che investe le arti, l’assetto dello Stato, l’urbanistica e la vita pubblica, fino alle grandi riforme giuridiche destinate a influenzare l’Italia unita. Questa spinta propulsiva, proseguita negli anni del periodo cavouriano, non si arrestò neppure a fronte del trasferimento della capitale a Firenze, nel 1864, grazie al sostegno delle forze politiche, finanziarie e imprenditoriali che promossero lo sviluppo edilizio della città, e con esso del suo decoro monumentale. Un progetto corale che interessò le istituzioni, ma anche le associazioni culturali e i comitati di cittadini che, attraverso sottoscrizioni cui parteciparono sia il re che il Municipio, diedero vita a un vero e proprio Pantheon di uomini illustri cui dobbiamo la formazione politica, economica, culturale e morale dell’Italia.

Titano alla base del monumento ad Ascanio Sobrero (foto © Giorgio Boschetti).
Titano alla base del monumento ad Ascanio Sobrero (foto © Giorgio Boschetti).

I mille volti di Torino

La mostra indaga quindi un secolo di statuaria commemorativa pubblica a Torino concentrandosi su oltre cinquanta gruppi scultorei e offrendo una lettura storico-critica, artistica, urbanistica e sociale delle scelte che hanno modellato il volto simbolico della città. L’arco cronologico si apre dal 1838 con l’inaugurazione del Monumento equestre a Emanuele Filiberto di Carlo Marochetti e va fino agli anni Trenta del Novecento.

Un centinaio le opere esposte: modelli in gesso, bronzetti, disegni progettuali, periodici, fotografie e manifesti che illustrano il lavoro degli artisti coinvolti nell’impresa di monumentalizzazione della città. In primo piano figurano Marochetti e Pelagio Palagi, prediletti dal re Carlo Alberto ed esponenti del romanticismo. Dopo il 1850 emerge la figura del ticinese Vincenzo Vela che, grazie anche al suo magistero presso l’Accademia Albertina, impose una visione verista destinata a trasformare profondamente il modo di concepire la scultura monumentale. Nel solco formato dal suo insegnamento si collocano Giovanni Albertoni, Odoardo Tabacchi, Giuseppe Cassano, Giuseppe Dini, Alfonso Balzico, autori di alcuni dei più significativi monumenti torinesi. Sul finire del secolo l’avvento del Liberty e di nuove sensibilità neoromantiche trova espressione nell’opera di Davide Calandra, mentre Pietro Canonica, Edoardo Rubino, Arturo Martini, Eugenio Baroni sono i protagonisti dei primi trent’anni del Novecento, segnati dalla Prima guerra mondiale e dall’avvento del fascismo.

Attraverso opere e monumenti emerge una Torino dai molti volti: la capitale sabauda dei principi, dei condottieri e dei soldati, da Emanuele Filiberto a Carlo Alberto, fino a Pietro Micca; la città dei santi sociali, Giuseppe Cafasso e Giuseppe Benedetto Cottolengo, celebrati tra quotidianità e retorica monumentale; la città capofila del Risorgimento, che celebra gli eroi delle guerre di indipendenza e della lotta per l’unificazione italiana, dall’Alfiere dell’Esercito Sardo a Massimo d’Azeglio, da Garibaldi a Cavour; la Torino laica e positivista, capace di commemorare figure della scienza, dell’impegno civile e dell’imprenditoria, da Luigi Lagrange a Giuseppe Mazzini e Pietro Paleocapa.

Monumento a Giuseppe Garibaldi (foto © Giorgio Boschetti).
Monumento a Giuseppe Garibaldi (foto © Giorgio Boschetti).

Un invito a fermarsi e guardare la città

In questo contesto, i suggestivi scatti del fotografo torinese Giorgio Boschetti trasformano la città in quello che è stato definito un vero e proprio “Teatro della Memoria”. Il progetto fotografico di Boschetti, 59 anni, è nato in modo molto spontaneo e indipendente. Racconta:

In origine non era pensato per una mostra né per un'istituzione: era una ricerca personale che avevo iniziato per esplorare una tecnica fotografica che, per quanto ne sapessi, non era mai stata applicata in questo modo ai monumenti urbani. Il mio interesse era principalmente fotografico. Volevo capire se fosse possibile sottrarre i monumenti al loro contesto abituale e restituire loro una presenza completamente diversa. Ho iniziato quindi a fotografare alcune statue e alcuni monumenti di Torino di notte, utilizzando una particolare gestione della luce che mi permetteva di isolare le opere dal caos visivo della città. Dopo le prime immagini mi sono reso conto che stava emergendo qualcosa che andava oltre la semplice sperimentazione tecnica. Guardando le fotografie, mi accorgevo che quei monumenti sembravano quasi risvegliarsi. Figure che vediamo ogni giorno senza più notarle tornavano a essere protagoniste, mostrando dettagli, espressioni e aspetti che normalmente passano inosservati.

Boschetti si rende quindi conto dell’interesse collettivo legato al progetto. “Non riguardava soltanto la fotografia, ma anche il rapporto che abbiamo con la memoria della città e con il patrimonio che ci circonda”. La sua idea di rilettura contemporanea dei monumenti attraverso un linguaggio visivo inedito riscontra così l’interesse della direzione di Palazzo Madama e si sviluppa in una campagna fotografica che ha coinvolto cinquanta soggetti tra statue, monumenti e complessi scultorei della città. Ripercorre:

La realizzazione del lavoro è stata particolarmente impegnativa dal punto di vista organizzativo. Le immagini sono state realizzate in orario notturno e hanno richiesto una preparazione accurata. Ho lavorato con il supporto di due assistenti che mi hanno affiancato nelle operazioni tecniche sul campo. In diversi casi è stata inoltre fondamentale la collaborazione della Polizia Municipale, che ha garantito le condizioni di sicurezza necessarie e, quando richiesto, ha gestito temporaneamente il traffico per consentirmi di effettuare le riprese da punti di vista normalmente non accessibili.

Quello che mi interessava non era semplicemente documentare i monumenti, ma creare un incontro tra il pubblico e queste opere. Viviamo in un'epoca in cui siamo costantemente circondati da immagini e informazioni e spesso attraversiamo gli spazi urbani senza osservarli davvero. I monumenti rischiano di diventare parte dello sfondo, elementi decorativi privati del loro significato. Con questo lavoro ho cercato di invertire il processo: utilizzare la fotografia per rallentare lo sguardo e riportare l'attenzione su ciò che racconta la nostra storia collettiva. La luce diventa quindi uno strumento di riscoperta. Illuminando una statua o un bassorilievo, non mostro semplicemente un'opera d'arte, ma provo a restituirle una presenza e a riattivare il dialogo tra la città, la sua memoria e chi la vive ogni giorno. Da questa ricerca è nato Risvegli, e successivamente la mostra MonumenTO – Torino. La forma della memoria, che rappresenta non solo un progetto fotografico, ma anche un invito a guardare Torino con occhi nuovi.

Una parte della mostra (foto © Palazzo Madama).
Una parte della mostra (foto © Palazzo Madama).

Quando il monumento prende vita

Nonostante le sessioni fotografiche in notturna, non sono mancati gli incontri con i cittadini, ricorda Boschetti:

Un aspetto che mi ha colpito molto durante la realizzazione del progetto è stato il rapporto con le persone che incontravo durante le riprese. Lavorando di notte, con attrezzature varie, era inevitabile attirare l'attenzione dei passanti. Molti si fermavano incuriositi e mi chiedevano cosa stessi facendo. Quando spiegavo che stavo realizzando un progetto fotografico sui monumenti di Torino e che sarebbe poi diventato una mostra a Palazzo Madama, la reazione era quasi sempre la stessa: sorpresa ed entusiasmo. Molti mi dicevano di non aver mai pensato a quanti monumenti fossero presenti in città oppure di non essersi mai soffermati a osservarli davvero.

Ricordo diverse conversazioni in cui le persone iniziavano a raccontarmi aneddoti personali legati a una piazza, a una statua o a un quartiere. In qualche modo il monumento diventava un punto di partenza per parlare della città e del rapporto che ciascuno ha con essa. È stato interessante vedere come bastasse illuminare una statua in modo diverso per attirare l’attenzione di persone che magari passavano davanti a quel luogo ogni giorno senza più notarlo. In alcuni casi i passanti rimanevano accanto a noi per diversi minuti, osservando il lavoro mentre prendeva forma. Quando vedevano il monumento emergere dall'oscurità attraverso la luce, spesso dicevano di avere la sensazione di guardarlo per la prima volta. Credo che questa sia stata una delle conferme più importanti del progetto: capire che la fotografia poteva realmente modificare il modo in cui le persone percepiscono il patrimonio che le circonda.

Anche gli aspetti più complessi della produzione hanno generato situazioni particolari. Vedere una pattuglia della Polizia Municipale che rallenta il traffico per consentire una ripresa fotografica nel cuore della città attirava inevitabilmente l'attenzione dei curiosi. Quando raccontavo che l'obiettivo era valorizzare i monumenti torinesi, percepivo un forte senso di appartenenza e di orgoglio verso la città. Questi incontri hanno rafforzato una convinzione che avevo maturato fin dall'inizio: i monumenti non appartengono solo alla storia dell'arte, ma fanno parte della vita quotidiana delle persone. Il progetto è nato come una ricerca fotografica personale, ma grazie anche a queste conversazioni ho capito ancora di più quanto il tema fosse condiviso e sentito dalla comunità.

Monumento a Luigi Lagrange (foto © Giorgio Boschetti).
Monumento a Luigi Lagrange (foto © Giorgio Boschetti).

Una storia di pietra e bronzo

Le opere in mostra per MonumenTO, Torino Capitale. La forma della memoria provengono in parte dalla GAM – Galleria Civica d’Arte Moderna e Contemporanea di Torino, in parte sono prestiti da varie istituzioni italiane, pubbliche e private, come la GNAMC – Galleria Nazionale d’Arte Moderna e Contemporanea di Roma, i Musei Civici di Bologna, le Gallerie d’Italia – Vicenza di Intesa Sanpaolo. Grazie al contributo di Intesa Sanpaolo e della Cassa di Risparmio di Cuneo è stato possibile procedere al restauro realizzato dal Centro di Restauro di Venaria Reale dell’importante insieme di bozzetti in gesso di Edoardo Rubino realizzati per il Monumento al Carabiniere Reale e appartenenti alle raccolte della GAM di Torino. Inoltre, grazie ai fondi messi in campo dalla Fondazione Torino Musei in occasione della mostra, sono stati finanziati i restauri dei Dioscuri di Abbondio Sangiorgio dei Musei Civici di Bologna e di tre bozzetti in gesso dei monumenti a Lagrange, Gioberti e Mazzini di proprietà dei Musei di Varallo Sesia. Osserva il direttore di Palazzo Madama Giovanni Carlo Federico Villa:

Il monumento non è mai un punto fermo della storia. È un sistema complesso che mantiene aperta una domanda: sul passato che evoca, sul presente che lo interroga, sul futuro che lo riceve. La maturità di una comunità democratica si misura nella capacità di sostare in questa tensione, senza ridurla a semplificazione né risolverla nella rimozione. In questo orizzonte, la grammatica monumentale torinese non indica soluzioni definitive, ma offre strumenti critici: insegna che la memoria pubblica vive solo se resta relazione, se accetta il tempo come condizione, se rinuncia all’illusione della neutralità. È in questa esposizione alla durata e al conflitto che il monumento conserva, ancora oggi, la sua funzione civile.

Una foto della mostra (foto © Palazzo Madama).
Una foto della mostra (foto © Palazzo Madama).

La mostra, che è affiancata da un public program con conferenze, visite guidate, laboratori per le scuole e progetti diffusi sul territorio, è accompagnata da un ricco catalogo curato da Giovanni Carlo Federico Villa e da Renzo Villa per i tipi di Silvana Editoriale e illustrato con le fotografie di Giorgio Boschetti e i disegni di Alessandro Capra.

Dopo aver visitato l’esposizione, viene quasi naturale proseguire il percorso per le strade della città e seguirne il racconto nella storia tramutata in pietra e bronzo. E per chi, poi, desiderasse completare l’esperienza con una lettura a tema, il consiglio è Le venti giornate di Torino. Inchiesta di fine secolo di Giorgio De Maria. Pubblicato per la prima volta nel 1977, il romanzo passò inizialmente quasi inosservato, per poi tornare in libreria quarant’anni dopo grazie alle Edizioni Frassinelli, in seguito alla riscoperta da parte dall’australiano Ramon Glazov e alla ripubblicazione negli Stati Uniti a inizio 2017. Nella trama, le statue che punteggiano la città durante la notte si animano per popolare gli incubi dei suoi abitanti:

Le venti giornate di Torino erano iniziate il 3 luglio di dieci anni prima: la siccità, l'insonnia collettiva, i cittadini che vagavano come fantasmi per le strade del centro storico, le grida misteriose, le statue che sembravano aver preso vita, e soprattutto una orribile catena di omicidi. Poi, dopo venti giorni, tutto era finito, all'improvviso, come era cominciato. E nessuno aveva più voluto parlare di quella storia.

Pagina dopo pagina, la città e i suoi monumenti si rivelano al lettore. Resta soltanto una scelta: scoprirli nel buio della notte, come nelle immagini di Boschetti, o in una luminosa mattina di sole.

Bibliografia
  • De Maria G., Le venti giornate di Torino. Inchiesta di fine secolo, Torino, Edizioni Frassinelli, 2017.
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