Il professore Annibale Crosignani, giovanile e lucidissimo novantenne, di lontane origini piacentine ma di studi, vita e lavoro torinesi, nel settembre 2023 ha ricevuto il Sigillo Civico, massimo riconoscimento che Torino conferisce ai suoi cittadini per il contributo che hanno saputo fornire nei diversi campi della vita della comunità cittadina. Ed è stato lui stesso, dichiarandosi onorato e commosso, che ha voluto trasformare l’onorificenza anche in una “festa per la psichiatria”, per affermare con forza, ancora una volta, che un’altra psichiatria è stata possibile.
Per questa occasione è nato lo spettacolo teatrale Ludovico e la contessa, tratto da un racconto dello stesso Crosignani, messo in scena da Tangram Teatro, presentato una prima volta a settembre 2023 alla Lavanderia a Vapore di Collegno, poi replicato per due sere, a dicembre, nello spazio scenico di via Don Orione a Torino; ultima replica, infine, sempre alla Lavanderia a Vapore, lo scorso fine gennaio.
Tutto questo per tributare i giusti onori a una delle personalità preminenti della psichiatria italiana, Annibale Crosignani, uno dei medici, degli studiosi che hanno contribuito alla chiusura definitiva dei manicomi, veri e propri spazi di contenzione (non di cura), luoghi di abbandono e degrado, purtroppo vere discariche sociali di fragili, diversi, persone bisognose di aiuto. Torino, grazie a lui, giocò d’anticipo sulla legge 180, del 13 maggio 1978, e cominciò l’operazione di chiusura di questi lager cittadini ancor prima dell’entrata in vigore di questa legge, intitolata al suo ispiratore, Franco Basaglia.
Annibale Crosignani era il giovane medico psichiatra assegnato al manicomio femminile di via Giulio. I ricordi sono moltissimi, ancora oggi, e vivi dei colori, dei suoni, delle parole e dell’empatia nata con i pazienti, vivendo tutti i giorni con loro. Quella che segue è parte di una ricca conversazione che il professore ci ha regalato a fine 2023.

Il 28 agosto 1968, era un giorno famoso perché a Chicago c’era il processo contro quelli che avevano protestato per la candidatura del Partito democratico che non si era opposto bene alla guerra del Vietnam: il famoso Processo ai Chicago 7.
Guardi, dico la verità: io non conoscevo bene l’ospedale psichiatrico, ero stato da ragazzo a visitare una parente acquisita, a Piacenza, però non mi ricordavo più. Ma quel ricordo ha influito molto, perché questa parente era legata, mi diceva “Slegami” con una voce che mi aveva proprio colpito.
Sì, cambia e mi aveva colpito molto perché era penetrata dentro di me, era una persona legata. Quando da giovane medico sono entrato in manicomio qui a Torino, ho rivisto delle persone legate che mi hanno ricordato quella scena di tanti anni prima, perché allora avevo 18 anni. Il manicomio di Piacenza era più piccolo, non era così grande come in via Giulio dove c’erano dei cameroni che contenevano fino a 160 malate. Erano solo donne perché gli uomini stavano a Collegno: le donne in via Giulio, e poi come succursale di via Giulio, a Savonera e Grugliasco, e per gli uomini Collegno. Collegno era enorme, Savonera e Grugliasco anche avevano spazi enormi, invece via Giulio spazi stretti, compressi. Quindi vedere più di 150 malate, donne raccolte in un camerone, vedere tutto questo, mi suscitava perplessità: me l’hanno fatto passare per ospedale, ma dov’è l’ospedale? Assomigliava più a un carcere. Lì per lì rimasi confuso, esterrefatto, oltre a ricevere una sensazione di sofferenza, vedendo la persona umana ridotta in quelle condizioni. Il mio primo impulso era quello di fuggire, andare via, però ovviamente non potevo, perché era quello il mio lavoro. Continuai dunque a fare il giro della camerata con la suora che mi presentava a queste persone dicendo “è il nuovo medico”.

Esatto, però subito non mi misero tra i responsabili del reparto, mi affiancarono a un altro, più anziano, il professor Giorgio Coda, molto famoso anche per il processo che in seguito ha avuto, visto che trattava male i malati e il maltrattamento è stata una cosa molto scioccante. Quel giorno arrivai prima, il professor Coda non c’era ancora e la suora mi fece fare il giro delle malate: erano vestite tutte allo stesso modo, con un grembiulone e anche come atteggiamento, come postura, mi davano l’impressione che fossero tutte uguali, perché perdevano la loro fisionomia – almeno viste da lontano. Lì per lì rimasi confuso, non immaginavo di essere in un ambiente così degradato, dove c’era un apparentemente livello “umano”, mi sembrava in realtà un “post-umano”, con le caratteristiche di un luogo “ipo-umano”; erano delle larve, alcune, chiuse nel loro mondo che facevano strani gesti, altre che urlavano, che correvano avanti e indietro gridando. Alcune venivano verso di me dicendo “Sei venuto a liberarmi, grazie: portami via”. Altre che, in modo delirante, mi prendevano per il marito… “Ti ho aspettato, sei venuto: adesso però andiamo via”.
Come potevo reagire? Ascoltare e guardare, ero in uno stato di confusione mentale e disorientamento. Però dovevo stare lì e cercai di capire chi fossero queste persone: rimasi colpito perché erano donne con cartelle cliniche in cui era indicato che appartenevano a un ceto sociale basso, per cui mi chiesi: “Ma allora la follia colpisce solo i poveri?”. E poi vidi persone che non sembravano malate, erano normali. Ma allora, perché stavano lì? In effetti, non erano persone malate ma emarginate, povere: non potevano vivere all’esterno perché non avevano potere sociale o politico quindi la società le allontanava, come uno scarto, una zavorra inutile, e poi in quell’ambiente peggioravano. Quindi a un collega, che sembrava quello più saggio, una persona anziana, mi venne da chiedere: “Che cosa faccio? Cosa possiamo fare?”. Mi rispose di non fare niente, “Guarda che persone sono, la famiglia le ha abbandonate, la società anche: sono peggiorate con il ricovero, tu cosa vuoi fare? Non puoi aiutarle”.

Le medicine erano usate più che altro per contenzione, per tenerle tranquille. “Ma io sto male, dentro di me” – dissi a quel collega. “Siamo stati male tutti – rispose – però vedrai che, col tempo, ti abitui”. Ma come faccio a guardare quella persona legata, o tollerare l’infermiera che aggredisce, urla contro le malate: perché le infermiere professionali erano piuttosto delle “custodi”. “Fai finta di non vedere – aggiunse – voltati dall’altra parte, vai via”. Ma non mi convinsi di quanto mi diceva lui, perché sapevo che fuori, in quel periodo, nel ’68, c’era tutto un movimento e la questione psichiatrica era nell’occhio del ciclone, cioè sia gli studenti, sia le associazioni a difesa dei malati di mente erano molto attivi. Il manicomio era di moda come “istituzione totale” da abbattere. Tutto questo era in netto contrasto con quanto mi diceva il collega; quindi, se gli avessi dato ascolto mi sarei accodato e sarei diventato anch’io un medico cancelliere e passacarte. Però, se avessi guardato quello che succedeva fuori, avrei potuto pensare di poter far qualcosa anch’io.
Avevo un amico, che era il braccio destro di Franco Basaglia, Giovanni Jervis. Lo contattai e lui mi fece sapere che era il momento opportuno, consigliandomi di restare, aggiungendo: “se ti comporti con saggezza, con circospezione, ti agganci a quello che succede fuori, puoi cambiare le cose”. Io scelsi questa strada e cercai di continuare in via Giulio, con un nuovo slancio.

In quel periodo sì, poi l’ho anche incontrato di persona, perché aveva un rapporto molto stretto con Torino: Piera Piatti, moglie di Giulio Bollati, direttore della Einaudi, dovendosi laureare, su consiglio del marito fece la tesi sul manicomio di Gorizia. Basaglia, che era un veneziano “più furbo del diavolo”, comprendendo l’importanza e apprezzando le doti di giovane studiosa della Piatti, non solo le concesse di fare la tesi da lui, ma le chiese di più, di fondare un’associazione a difesa di questi malati, con sede su Torino, che si è poi chiamata Associazione per la Lotta contro le Malattie Mentali. Perché nella testa di Basaglia, molto lucidamente, era chiaro che la sua sperimentazione a Gorizia, una piccola città che non arrivava a cinquantamila abitanti, con un piccolo manicomio, era un esperimento che lui aveva iniziato e non poteva pensare di avere successo finché rimaneva circoscritto a Gorizia. Così scelse come città in cui provare a ripeterlo proprio Torino, città allora all’avanguardia, tra lotte sociali, la rivolta di piazza Statuto, la Fiat: una metropoli di un milione di abitanti, in una posizione strategica, dove c’era un movimento operaio molto attivo. Fu così che Basaglia disse alla Piatti di fondare questa associazione e lottare contro il manicomio. Se l’esperimento fosse riuscito a Torino, avrebbe voluto dire che poteva essere esteso a tutta Italia.
Per tutte queste ragioni, Basaglia era molto attento a Torino e veniva spesso in città. In seguito, conobbe anche Giulio Bollati, si piacquero e fecero un’alleanza editoriale di ferro: l’Einaudi pubblicò tutti i libri di Basaglia, innanzitutto L’istituzione negata che è diventata la bibbia del Movimento studentesco insieme a L’uomo a una dimensione di Marcuse. Einaudi finanziò anche le attività di Basaglia: questa alleanza Basaglia-Einaudi-Torino è stata fondamentale. Essendo venuto in visita qui a Torino diverse volte, ho conosciuto bene Basaglia. Io in quel periodo mi appoggiai anche alle istituzioni che c’erano all’esterno, ai movimenti che erano nati contro il manicomio.
Lì in via Giulio incominciai a muovermi con cautela, non facendo nulla di eccezionale, solo il mio dovere etico, secondo l’etica della professione medica, cioè parlando con le malate: non potevo fare altro, però parlare con le malate e ascoltarle era un atto rivoluzionario. Dopo aver conferito con loro, anche nel modo più semplice, non chiedendo chi fossero ma cosa volessero fare, i loro desideri, queste donne ritornavano dalle infermiere piene di pretese. Le infermiere iniziarono così a dire, riferendosi a me: “questo dà i numeri, rende il nostro lavoro impossibile perché noi siamo qui proprio per spegnere ogni vitalità alle malate”. “Il dottore fa il contrario di quel che si dovrebbe… quando vengono, le malate vogliono telefonare, vogliono della carta per scrivere, insomma noi non riusciamo a controllarle, questo medico deve cambiare sistema sennò glielo facciamo cambiare noi”.
C’è stato subito un contrasto fra me e le infermiere che mi resero la vita molto difficile, però io ero dalla parte della ragione, non facevo nulla di strano: solo parlare con le malate, trattarle bene e, strada facendo, vennero fuori dei conflitti, ovviamente. Scoppiarono attriti che misero in evidenza la mia personalità in disaccordo con questo sistema, così le infermiere, attraverso il sindacato, cercarono di fermarmi andando dai loro sindacati di categoria e poi ai sindacati centrali. Il sindacato di categoria era decisamente a difesa del manicomio, il centrale era contro, si rendeva conto che il manicomio era un sistema vecchio, che non si poteva difendere.
Le infermiere, sempre tramite i sindacati, protestarono anche alla Curia perché, mentre a Collegno erano più gli uomini della CGIL, quindi affiliati al Partito comunista, a Torino, con le suore, erano della CISL, quindi di area cattolica. Protestarono sia con Carlo Donat-Cattin, ricordando i suoi inizi come sindacalista, sia in Curia, dove io venni convocato sia da Donat-Cattin che da don Franco Peradotto e, a quest’ultimo, dissi: “la situazione è proprio quella, basterebbe raccontargliela ma se vuole venga a vedere”. Poteva darmi torto? No, non darmi ragione, forse, ma neppure darmi torto. Donat-Cattin – mi colpì perché era di una intelligenza, di uno spirito intuitivo molto acuti – capì subito: anche lui non poteva dare ragione a me, ma nemmeno alle rimostranze fatte dalle infermiere tramite i sindacati. Era difficile, a un certo punto, difendere i maltrattamenti, gli abusi, la violenza che esercitavano su queste malate come “atti terapeutici”. Comunque il potere ce l’avevano loro e così, proseguendo in questa sorta di braccio di ferro tra me e il gruppo delle infermiere, ci furono degli incidenti “all’interno”, da me direttamente provocati. Fu così che la mia figura divenne nota.

No, Coda era stato trasferito, al suo posto era venuto un altro, non un “sadico” alla maniera di Coda ma più che altro un ignavo, diciamo “non ti curar di loro, ma guarda e passa”: lui e gli altri colleghi non prendevano mai posizione. Allora, per rendermi innocuo, mi diedero il reparto delle donne anziane, quello psicogeriatrico, pensando che con le donne ultraottantenni e più non potessi avere comunicazione, non le potessi “montare” contro il personale a me ostile. Le infermiere dicevano “Crosignani mette le malate contro di noi”. E all’interno si sono mosse portandomi più volte al consiglio di disciplina, accusandomi di maltrattamenti.
C’era, ad esempio, una sessantenne cerebropatica che aveva un deficit intellettivo medio-grave, insomma non era una malata di mente, ma il manicomio di allora raccoglieva anche tutte queste persone con gli esiti di malattie neurologiche che venivano poi fatte passare per “idiote”, insufficienti mentali o come adesso si direbbe “diversamente intelligenti”; ebbene, questa donna aveva una bambola e, litigando con un’altra ammalata, questa le prese la bambola, la buttò per terra e ci salì sopra coi piedi, rompendogliela in mille pezzi. La prima, che viveva per la bambola, disperata e urlante, in lacrime perché non aveva nient’altro di bello nel manicomio, non sembrava poter essere calmata dalle infermiere che pensavano di legarla, perché la donna, in conseguenza di tutto ciò, mostrava pure tendenze autolesionistiche. Mi opposi a questa idea di legarla e parlai direttamente a lei: “Cosa ti potrebbe calmare? Cosa vuoi?”. “La mia bambola”, rispose. Incaricai mia moglie di comprare una bambola e il giorno dopo la portai alla paziente. Lei era tutta felice con la sua nuova bambola.
A un certo punto, ringraziandomi, mi chiese: “Ci giocheresti, con me, con la bambola?”. Io, togliendomi il camice, mi sedetti per terra e, con lei, mi misi a giocare con la bambola. Scandalo e stupore serpeggiarono fra le infermiere che indicavano pure me come definitivamente matto, ma non era una cosa tanto strana perché era un atto terapeutico: da bambini si giocava con le bambole…
Questa mia azione fece molto clamore perché contribuì a far salire sempre più l’opinione che Crosignani non fosse “a posto di testa”. Questo mi diede lo spunto per fare “veramente” il pazzo, perché facendo finta di essere pazzo, avevo un mucchio di vantaggi, primo fra tutti che non mi controllavano più. Così, per un certo periodo, passai per pazzo con un mio profondo divertimento interiore: per esempio, se ero in corridoio, da solo, recitavo delle poesie di Leopardi o le terzine della Commedia dantesca. Come arrivavano le infermiere, io mi fermavo.
Le cose andarono avanti per un po’ di tempo: trovandomi sempre nel reparto delle geriatriche, avevo meno potere ma cercavo di fare più guardie possibili, perché nel momento in cui ero di guardia io ero l’unico medico dell’ospedale e mi spostavo in tutti gli altri reparti a dare un’occhiata alla situazione e così vidi il reparto delle furiose, che erano legate, oppure altri reparti dove le contenzioni erano minime. Perché il manicomio funzionava con questo schema: segregare, isolare e punire. Vedendo così delle contenzioni, sia pure parziali, mi chiedevo chi le avesse autorizzate. Erano le infermiere… Per la legge del 1904, col regolamento del 1909, la contenzione poteva avvenire solo in casi estremi, quando fallivano tutti gli altri mezzi di persuasione farmacologici, e solo con il permesso del medico, senza non si può, è un abuso, un reato. Invece si era soliti conferire alle infermiere “guardiane” il potere di legare, ma anche di minacciare di legare. Il giorno dopo tornavo dal collega, responsabile del reparto, per segnalare tutte queste infrazioni della legge, in totale assenza del registro delle contenzioni in cui ci devono essere scritte le ragioni delle singole scelte prese per le malate e le firme dei medici che le hanno autorizzate…
La prima cosa che ha fatto Basaglia è stata dire “Mi non firmo”, cioè non firmo le contenzioni fatte da altri: è cominciata lì la sua rivoluzione. Naturalmente, nel mio caso, glielo dicevo chiaramente al collega e lui si scocciava molto. “Guarda che sei fuori legge”, osservavo. Così facendo, anche gli altri medici si sono messi progressivamente contro di me. Tutto ciò li disturbava molto e, a seguito di qualche mio atteggiamento (per loro) strano e “di inappropriata vicinanza alle pazienti”, fecero denuncia disciplinare per mandarmi dal vicedirettore a verificare se io fossi veramente adatto a fare lo psichiatra lì oppure fossi diventato anch’io un po’ “pazzo”.

Passi progressivi di un percorso, facce e storie di moltissime malate e malati che hanno segnato indelebilmente l’esistenza professionale di Annibale Crosignani. Dopo la sempre più stretta collaborazione con Franco Basaglia, Crosignani un po’ alla volta “conquista” il favore dei colleghi torinesi, si confronta con i politici locali, assegna graduali dimissioni delle degenti dello psicogeriatrico, di cui era diretto responsabile. Piccole vittorie parziali, azioni sempre rivolte al bene delle persone malate, fino alla chiusura del manicomio di via Giulio nel 1973, cinque anni prima dell’entrata in vigore della legge 180, la cosiddetta “legge Basaglia”, che di fatto aboliva i manicomi. Fino ad arrivare alla festa del Sigillo Civico e all’andata in scena con Tangram Teatro.
“Per il me psichiatra – commenta Crosignani, che ha passato la sua vita professionale accanto ai pazienti, con i quali ha condiviso esperienze importanti e intime – è più che naturale sentire il bisogno di esternare così i vissuti e i ricordi che riguardano quel mondo, come hanno fatto prima di me tanti psichiatri famosi, contribuendo in questo modo allo sviluppo e alla comprensione della psichiatria”. “È fondamentale ricordarsi sempre – conclude il professore – quanto sia stata tragica la realtà della istituzione manicomiale, dove era facile per l’uomo perdere il lume della ragione, quando si creava un ambiente disumano, dove l’uomo, l’oppressore, in nome della scienza, aveva il potere di esercitare la violenza sull’oppresso, il ricoverato inerme e indifeso. E questo per preservare la memoria dei fatti storici della psichiatria, valore indispensabile, conditio sine qua non per comprendere e affrontare i problemi dell’assistenza psichiatrica del presente".
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