Per l’inaugurazione del Théâtre Opera de Monsieur di Parigi, il violinista italiano Giovanni Battista Viotti – di cui si celebra quest’anno il bicentenario dalla morte – aveva rastrellato i più talentuosi virtuosi d’Italia. La première del 26 gennaio 1789, affidata a Le Vicende Amorose di Giacomo Tritto e La Serva Padrona di Giovanni Battista Pergolesi, riscosse in effetti un clamoroso successo di pubblico e di critica. La corte francese, con in cima la regina Maria Antonietta, tributa così ogni onore al musicista italiano a cui era stata affidata la direzione artistica, decretandone il successo in terra francese.

Il teatro era stato aperto grazie ai capitali di Leonard Autié, un personaggio piuttosto singolare che gravita intorno alla corte reale: è il parrucchiere preferito dalla Regina, per la quale aveva inventato l’arte di “posare i cenci” (Autié L., Memoires, Parigi, 1819), cioè di alternare i boccoli della capigliatura con la piega di garze colorate, una scelta stilistica che aveva fatto scalpore presso la corte e consegnato ad Autié una grande influenza presso i regnanti. Luigi XVI era infatti un grande amante della musica italiana, perciò desiderava ardentemente che a Parigi vi fosse un teatro interamente devoto alle opere e agli attori provenienti dal Bel Paese. La gestione era stata appena affidata proprio all’allora celebre Viotti, secondo i giornali francesi il più illustre violinista italiano, il quale godeva di grandi favori presso la corte, in particolare presso Luigi Stanislao Saverio, conte di Provenza e fratello cadetto di Luigi XVI, detto per questo Monsieur, al quale si decise di intitolare il Teatro. Da dieci anni a Parigi non si ascoltava con favore la musica del Bel Pease: considerata nulla più che bel canto, operetta priva di dignità artistica, era occasione di facezia mondana, il cui maggiore interesse risiedeva nelle frequenti bagarre che si scatenavano al termine delle conversazioni che rumoreggiavano impietosamente durante le rappresentazioni.

Ma da quel giorno il Teatro avrebbe prodotto più di quaranta opere, per lo più italiane, fino alla chiusura per lutto per la morte di Luigi, Delfino ed erede al trono di Francia, per una tubercolosi all’età di otto anni. Avrebbe riaperto il 12 giugno, con la rappresentazione di ben cinque prime. Il 12 e il 13 luglio gli spettacoli del Teatro Opera “Monsieur” non andarono in scena. Il 14 luglio il popolo di Parigi assalì la Bastiglia.
Tutti indossavano la divisa della guardia nazionale – scrive Viotti –, la dovetti indossare anche io. Dovetti, tanto più per come si chiamava il mio Teatro, il Teatro Protetto dalla Regina, il ritrovo di tutti gli aristocratici. Tutti montavano la guardia, io ero forzato a montarla come gli altri. Ciascuno si sforzava in questa spaventevole confusione d’avere un appoggio da qualche membro dell’assemblea; anch’io lo cercai, poiché da esso dipendevano la mia fortuna e la mia vita, e devo confessare che mi è sembrato di averne conosciuti di onesti e buoni.
(Précis de la vie de J. B. Viotti stilato dal lui medesimo nel 1798 (London, Royal College of Music, Viotti Papers)

A quel crocevia della storia, Viotti era arrivato da molto lontano, per la precisione da Fontanetto Po, provincia di Vercelli, a quel tempo parte del Regno di Sardegna. Il padre Felice era un fabbro ferraio; suonava il corno per diletto, in quel paesino minuscolo, umile e sperduto. Giovanni Battista, nato il 12 maggio 1755, sesto di nove figli, è l’unico maschio a sopravvivere. Rimarrà orfano di madre prestissimo. Attratto dalle frequentazioni paterne di musicisti dilettanti, impara in poco tempo a suonare “un piccolo violino acquistato per lui alla Fiera di Crescentino”, facendosi notare dal Vescovo Monsignor Francesco Rorà, il quale lo consiglierà a Donna Anna Gabriella Enrichetta Dal Pozzo di Cisterna, Marchesa di Voghera, per intrattenere il principe Giuseppe Alfonso. I Cisterna venivano da una lunga tradizione mecenatistica, che li avrebbe portati a incontrare personalmente Leopold Mozart e il figlio Wolfang Amadeus durante il soggiorno torinese del 1771. L’amicizia del Principe spalanca a Viotti le porte di un’educazione cortese e della formazione musicale, affidata in primo luogo a Carlo Antonio Celoniati.

Incantato da un tale genio naturale – scrive Alfonso – mi decisi a fare di tutto quanto occorreva perché una così bella disposizione non fosse infruttuosa. Gli assegnai un alloggio nel mio palazzo e gli detti per maestro il celebre Pugnani. L’educazione di Viotti mi è costata più di ventimila Franchi: ma, come Dio vuole, non rimpiango il mio denaro. L’esistenza di un simile artista non potrebbe mai essere pagata troppo.
Sono anni di grande apprendistato per Viotti, sia per acquisire le galanterie necessarie per fare colpo presso i regnanti, sia dal punto di vista musicale, poiché il Pugnani era uno dei violinisti più in vista dell’epoca: allievo di Giovanni Battista Somis, era stato appena nominato primo violino dell’Orchestra Cappella Ducale e direttore dell’Orchestra del Teatro Regio, nella quale entrerà lo stesso Viotti al compimento dei diciott’anni, prima di accedere successivamente alla Cappella di Corte. All’epoca di Vittorio Amedeo III l’orchestra era diretta da Francesco Saverio Giay, fino all’arrivo delle truppe napoleoniche nel 1798: era costituita da una quarantina di elementi, di cui otto cantori e trenta strumentisti, guidati dallo stesso Pugnani.
Nonostante il prestigio degli incarichi e una fama ormai diffusa, lo stipendio di Viotti staziona intorno alle misere 200 lire annue. Ma è un inizio. Al seguito del Maestro Pugnani intraprende nel 1780 una tournée che lo condurrà nelle più importanti città europee: Ginevra, Berna, Dresda, Berlino, Varsavia, San Pietroburgo, presso le corti dei Re di Polonia, di Federico Guglielmo e Caterina di Russia. “Il gusto di viaggiare penetra sempre di più dentro di me”, afferma nel Precis. Il figlio del fabbro di Fontanetto cominciava a conquistare le maggiori corti dell’epoca e a farsi notare dai critici più cosmopoliti, come il reverendo Thomas Brand:
Penso sia uno dei migliori musicisti che ho mai ascoltato. Il suo suono e la sua esecuzione sono ugualmente grandi, inoltre è un uomo molto bello d’aspetto e suona con una meravigliosa delicatezza e grazia.
Il successo lo porta addirittura a oscurare la fama del Maestro Pugnani, il quale, dopo una tappa a Dresda, fa ritorno a Torino. Viotti decide di andare a Parigi per alcuni mesi: vi resterà per dieci anni.

Il cuore della vita musicale della capitale ruotava intorno al “Concert Spirituel”, diretto dal tenore dell’opera Joseph Legrois, nel quale riuscirono a trovare spazio per esibirsi anche i molti violinisti piemontesi recatisi a Parigi per seguire la Corte del Principe di Carignano Vittorio Amedeo I, ai tempi ai ferri corti con il ramo principale della famiglia Savoia. Dopo Giovanni Battista Somis, infatti, il teatro aveva lasciato spazio a molti suoi allievi, come Pierre e Jean Baptiste Miroglio, Giuseppe Canavasso, Giovanni Pietro Ghignone, Carlo Giuseppe Chiabrano, Felice Giardini, Antonio Bartolomeo Bruni. Viotti vi debutta nel 1782, con grande successo. Come afferma il biografo François-Joseph Fétis:
Mai si era ascoltato alcunché di avvicinabile a quella perfezione: nessun artista aveva posseduto un suono più bello, un’eleganza tanto salda, una verve, una varietà simili.

L’immaginazione che brilla nei suoi concerti aggiunge un ulteriore piacere all’uditorio, giacché le composizioni da lui scritte per il suo strumento risultano notevolmente superiori rispetto a gran parte della musica del tempo e le sue esecuzioni sembrano annichilire quelle dei rivali. In effetti al Concert Spirituel Viotti eseguì il Concerto per violino n. 1, primo di una lunga serie di concerti di cui sarebbe stato straordinariamente prolifico: ne comporrà 29, tra cui il primo, in "La maggiore", pubblicato come numero 3 e composto all'età di quattordici anni. Essi costituiscono, insieme ai quartetti d’archi, il cuore del suo lascito artistico, insieme allo sviluppo tecnico dell’archetto, come ricorda il Maestro Guido Rimonda, violinista, docente del Conservatorio di Torino, direttore del Viotti Festival di Vercelli.
Viotti è stato il padre dei violinisti moderni. Concepì l’archetto utilizzato ancora oggi, un’intuizione eclatante per lo sviluppo dello strumento, che ha letteralmente cambiato la storia della musica. Nella musica barocca l’archetto aveva la forma di un arco da caccia e produceva frammenti di frasi brevi, come possiamo notare anche nelle “Quattro Stagioni” di Antonio Vivaldi. Viotti utilizza per il suo arco il pernambuco brasiliano, ne modifica la curvatura e conferisce una nervatura molto forte: ciò permette di ottenere più peso sulla punta. Attraverso queste accortezze il fraseggio cambia totalmente, può allungarsi, sostenere di più i suoni, creare veri e propri discorsi musicali continui, sempre più vicini alla comunicazione umana. Inventa anche i colpi d’arco. Di conseguenza cambierà anche la forma del concerto per violino. Viotti divenne una vera celebrità per l’epoca, forse più di Mozart stesso. Tutti i musicisti dell’epoca volevano possedere il suo archetto e il suo Stradivari, con il quale aveva contribuito a creare il mito di questo violino, un po’ come fece Paganini con i Guarneri.

Come altri artisti originariamente legati alla corte di Luigi XVI, Viotti dovrà fuggire dalla Francia rivoluzionaria per trovare rifugio in Inghilterra, accusato di essere un reazionario a causa della sua amicizia con la Regina. Poco dopo le truppe francesi avrebbero invaso anche il Piemonte, dando inizio alla Guerra delle Alpi conclusasi con il Trattato di Cherasco, costringendo la Corte dei Savoia all'esilio nel dicembre 1798. Viotti giungerà a Londra, dove vivrà con alterne fortune. In principio acclamato come una celebrità, si dedicherà alla carriera di imprenditore culturale dirigendo il King’s Theatre, contribuirà a fondare la London Philarmonic Society, ma i sospetti di giacobinismo lo porteranno ad abbandonare l’attività concertistica e ad affrontare un’esistenza da esule tra Francia, Germania e nuovamente Inghilterra, dove morirà e verrà sepolto nel 1824.
L’attuale fama di Viotti non sembra adeguata rispetto alla sua effettiva eredità strumentale e compositiva, forse oscurata dall’immagine titanica di Niccolò Paganini.
Paganini si ritrovò la strada spianata da Viotti – sostiene Rimonda –; fu probabilmente più capace di gestire la propria immagine, alimentando intorno sé il mito del “maledetto” che tanto successo avrebbe avuto in età romantica. Viotti al contrario vive ancora in epoca classicista, anticipando artisticamente i tempi futuri. Per capirci, l’archetipo del musicista italiano dell’epoca era Luigi Boccherini, dipinto da Goya nella “La famiglia dell'Infante Don Luis di Borbone”: un musicista cortigiano. Viotti mostra già un carattere cosmopolita, internazionale: frequenta le corti con grande indipendenza, e presto se ne separa. È il traghettatore verso un nuovo linguaggio musicale. Brahms lo ammira. Era materia di studio obbligatoria al Conservatorio di Parigi, dove dirige l’Opera e apre un teatro. A Londra fonda la Royal Accademy. Vive con successo, ma da esiliato: è già una figura romantica, un musicista borghese e imprenditore di sé stesso, anche quando si dedicherà al commercio degli alcolici, pur con risultati disastrosi.
A oscurare il lascito di Viotti si aggiungono, secondo Rimonda, altri due aspetti strutturali della scena musicale italiana. Innanzitutto la volontà di valorizzare l’Opera come manifesto dell’arte nazionale, oscurando in questo modo i risultati nell’arte strumentale: Verdi, Puccini e Donizzetti godono di fama anche nazional-popolare, certamente meno Respighi, Malipiero o Viotti stesso. Perfino Vivaldi è stato riscoperto solo all’inizio del Novecento. E questo nonostante la scuola strumentale italiana fosse ampiamente riconosciuta, al punto che Haendel e Mozart venivano nel nostro paese per studiare con maestri italiani. A ciò si aggiunge un aspetto squisitamente tecnico: in Italia si tende a non pubblicare le trascrizioni delle opere.
Come docente – conferma Rimonda – ho a disposizione tante trascrizioni del maestro tedesco Georg Philipp Telemann, ragion per cui posso chiedere ai miei alunni di studiarlo e impararlo. Ma non le possiedo per l’intero corpus di Viotti, che quindi rischia di restare oscuro a gran parte degli studenti. Per questo è nata la Fondazione Viotti, che si sta impegnando anche in questa attività, poiché senza le trascrizioni le composizioni resterebbero patrimonio esclusivo degli addetti ai lavori, mentre nessun musicista potrebbe inserirle nel proprio repertorio e diffonderle. Il nostro lavoro di trascrizione sta procedendo, ma l’impegno successivo sarà costituito dalla divulgazione e nella promozione, affinché le partiture di rientrino più spesso nella programmazione concertistica.

Viotti ha lasciato un repertorio molto vasto, caratterizzato da una grande varietà compositiva, sia tecnica sia strutturale. Si trovava molto a suo agio nelle sonate e nei quartetti, ma nella forma del concerto per violino è stato molto fecondo. In particolare il Tema in variazioni in do è oggetto di una celebre controversia: il tema sembra, anzi costituisce, la sequenza portante della Marsigliese, l’inno nazionale francese. Il motivo, attribuito ufficialmente all’oscuro compositore Claude Joseph Rouget de Lisle, proclamato Inno Nazionale il 14 luglio 1795, bandito da Napoleone nel 1807, e diventato successivamente Inno Nazionale Francese nel 1876, era stato composto da Viotti più di dieci anni prima e probabilmente plagiato da de Lisle, senza che il maestro vercellese potesse rivendicarne la paternità per timore dell’ostilità di Bonaparte, il quale la detestava. Nel brano, si avverte l’avvento del romanticismo. Il motivo, trasformato in una marcia di 120 passi al minuto e quindi più veloce delle precedenti simboleggerà l’ingresso delle masse nella storia e il crollo violento di quell’ancièn regime (“Che un sangue impuro / bagni i nostri campi”), a cui Viotti dovette molte delle sue fortune.
Paradossalmente, quel corto circuito della storia chiamato Rivoluzione Francese, destinato a cambiare la storia dell’Occidente e a decretare il baratro economico di Viotti resterà forse il maggior motivo per cui egli viene comunemente ricordato.
Il Maestro Rimonda è al giorno d’oggi probabilmente il maggior difensore dell’attribuzione viottiana, anche grazie al ritrovamento del manoscritto del 1781 che ne dimostrerebbe la paternità, nonostante una diatriba persista ancora in ambito filologico.
Ho avuto il mio avvicinamento all’opera di Viotti durante il primo anno di Conservatorio di Torino – ricorda Rimonda – l’allora Direttore del Conservatorio di Torino Giorgio Ferrari aveva replicato al Piccolo Regio un suo piccolo saggio sul maestro vercellese. Qualcosa scattò dentro di me, perché da quel momento cominciai ad approfondire la vicenda, andando personalmente a Fontanetto, dove il parroco del paese mi mostrò gli archivi che mi permisero di studiarne la storia, fino al ritrovamento e alla pubblicazione delle partiture, opera che ha accompagnato tutta la mia vita, anche grazie al costante supporto della mia famiglia.
Con la nascita dell’ensemble Camerata Ducale, Rimonda intraprende la registrazione per la prestigiosa casa discografica Decca di tutti i concerti per violino e orchestra, istituisce il Viotti Festival, ventennale rassegna ormai cardine della programmazione classica vercellese e, nell’ultimo anno, ha diretto la mostra per i festeggiamenti del bicentenario viottiano, promossa da Regione Piemonte, Comune di Vercelli e Fondazione CRT e conclusasi il 2 giugno 2024. La mostra è costituita da ampie sezioni multimediali, in cui la biografia di Viotti viene interpretata da attori come Pierpaolo Spollon, da una straordinaria esposizione di Stradivari, tra cui quello di proprietà della Royal Accademy, denominato – appunto – “Viotti” e un ampio epistolario. All’interno di questo, spiccano le parole scritte da Viotti durante l’esilio londinese al mentore Principe di Cisterna: “ti ringrazio di avermi fatto studiare e per la cultura, ma sarei stato la persona più felice del mondo anche da contadino”.

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