Il cinematografo ci offre la danza di un oggetto che si divide e si ricompone senza intervento umano. Ci offre anche lo slancio a ritroso di un nuotatore i cui piedi escono dal mare e rimbalzano violentemente sul trampolino. Ci offre infine la corsa d’un uomo a 200 chilometri all’ora. Sono altrettanti movimenti della materia, fuor dalle leggi dell’intelligenza e quindi di una essenza più significativa.
(Filippo Tommaso Marinetti, I Manifesti del futurismo, 1914, p. 93).
Il Bagno di Diana era uno stabilimento pubblico per la balneoterapia sorto a Milano nel 1842, presso quella che allora si chiamava Porta Orientale – oggi Porta Venezia – su progetto dall'architetto Andrea Pizzala, già disegnatore della rinomata galleria De Cristoforis e successivamente del Grand Hotel et de Milan. Era molto più di una piscina: fu il primo stabilimento balneare di lusso ad aprire in città, un vero e proprio country club. Alla fine del secolo era così celebre che persino i fratelli Lumière chiesero al loro operatore italiano di dedicargli un filmato che ancora oggi si conserva nel loro archivio. Quell’operatore era Giuseppe Filippi e quelle immagini, correva l’anno 1898, sono le più efficaci per cominciare a raccontare la sua storia.
Il cortometraggio, infatti, era tra i più celebri del cinema delle origini: gli spettatori rimanevano affascinati dalla possibilità di vederlo “al rovescio”, i tuffatori che riemergevano dalle vasche, portando con sé gli spruzzi d’acqua, e tornavano a rimbalzare sui trampolini. Un prodigio che faceva il paio con il celebre Arrivée d'un train en gare de La Ciotat, non il primo ma uno dei più celebri film di Auguste e Louis Lumière.

La storia del cinema degli esordi è costellata di miti e leggende, come quella della fuga degli spettatori di fronte al mostro metallico in arrivo, di taglio, sullo schermo del Salon Indien du Grand Café di boulevard des Capucines a Parigi. O come l’affermazione che i suoi inventori siano stati proprio i fratelli Lumière: loro stessi non rivendicarono mai questa asserzione, ammettendo che questo medium innovativo fosse il risultato di ricerche perseguite febbrilmente in tutto il mondo. Un medico, Étienne-Jules Marey, sviluppò in quegli anni un macchinario, il “cronofotografo”, per studiare l’attività elettrica del cuore; il kinetoscopio di Thomas Edison, nel ripiegamento solipsistico che richiedeva al suo utente, ricorda la fruizione che oggi facciamo dei reel sui social media (un format di intrattenimento che discende a modo proprio dai “minuti Lumière”); ancor prima vennero lanterne magiche, zootropi, giochi di ombre e di luci. Ma questa non è la loro storia, che può essere più agevolmente compresa con una visita al sempre affascinante Museo nazionale del Cinema di Torino.
Quello che il museo, seppur mirabile, non racconta, è la storia di un piemontese che si innamorò profondamente del cinema preistorico. Che cominciò a girare l’Italia, e poi il mondo, con il macchinario inventato dai Lumière, le cinématographe, il “cinematografo”, apparentemente una scatola di legno con un occhio che raccoglie la luce e una manovella che mette in moto un congegno invisibile dall’esterno. Ecco come lavorava, a fine Ottocento, un “operatore Lumière”: catturando luce, in una scatola misteriosa, dosando la rotazione di quella manovella. Era scienza: pura scienza di scoperta e fascinazione.

Giuseppe Filippi nacque a Montanera, in provincia di Cuneo, il 25 novembre 1864, da Giacomo Filippi e Maria Zavattero. Sulla rotonda della statale di questo paese di 700 anime, all’imbocco del comune, è stata collocata un’installazione che incuriosisce l’automobilista: Montanera – patria del pioniere del cinema Giuseppe Filippi. 1864-1956, un lettering che cita Hollywood sovrastato da una gigantesca cinepresa, recuperata dall’appassionato primo cittadino, Tommaso Masera, nel 2017. Sempre quell’anno, il regista di Chiusa Pesio Giancarlo Baudena ha iniziato la lavorazione di un film sulla vita dell’operatore, Giuseppe Filippi. Cercando il cinema, ora alle ultime fasi di montaggio. A Filippi, Masera e Baudena hanno dedicato – sempre nel 2017 – anche un piccolo festival riservato ai cortometraggi: a entrambi sta a cuore la memoria di questo personaggio nato a una manciata di chilometri da Cuneo e giunto, a inizio Novecento, fin nelle Americhe.

Nel Cuneese, Filippi frequentò tutti gli studi, fino a conseguire il diploma di maturità liceale al seminario vescovile di Mondovì. Sin da ragazzo coltivò una grande passione per la fotografia e, a tempo perso, si dilettava con i primi apparecchi. Nel 1888 si sposò con Maria Adelaide Gazzera, di Benevagienna, dalla quale ebbe due figli: Giacomo Clito e Maria Celeste Stella. A mettersi sulle loro tracce è stato proprio il sindaco Masera, che vent’anni fa ha cominciato a raccogliere materiale sull’antico concittadino di cui si era persa memoria:
Da ragazzo sentivo i più anziani del paese raccontare che a Montanera era nato un tipo “che aveva inventato il cinema”: quando ho scoperto il suo nome sono partito indagando negli archivi della parrocchia, fin dall’atto di battesimo, dove ho trovato alcune informazioni storiche. All’anagrafe di Torino, dove mi risultava fosse nato il primo figlio di Giuseppe Filippi, non trovai traccia di questo nome curioso, “Clito”: scoprii poi che era nato a Chiasso, in Svizzera, perché Maria Adelaide Gazzera aveva avuto dei problemi di salute durante la gravidanza e all’epoca, potendoselo permettere, Filippi l’aveva portata da un celebre ginecologo svizzero che la aiutò: il suo nome era proprio Clito.
La prima esperienza professionale di Filippi non ebbe a che fare immediatamente con la sua passione per gli apparecchi fotografici: a diciannove anni decise di fare l’ufficiale postale a Cuneo, un lavoro che lo portò nel 1890 a Milano. All’esperienza milanese si lega un aneddoto curioso, perché all’ufficio cui era stato assegnato riceveva spesso il compositore Giuseppe Verdi, quando veniva a incassare i vaglia dei diritti d’autore. Il 19 marzo del 1894, giorno di san Giuseppe, Verdi lo invitò a pranzo al ristorante Salvini per festeggiare il loro comune onomastico.
Alcune immagini del festival dedicato a Filippi, organizzato da Tommaso Masera e Giancarlo Baudena nel 2017.
Filippi intanto diventò socio della Società fotografica lombarda e amico del torinese Vittorio Calcina, agente generale per l’Italia della Société anonyme des plaques et papiers photographiques A. Lumière et ses Fils, produttrice di articoli fotografici.
Nel numero di ottobre del 1895, la Rivista Scientifico-Artistica di Fotografia aveva pubblicato un articolo sulla presentazione del cinematografo Lumière nella sede della Revue générale des Sciences. Dopo averlo letto, Filippi si mise in contatto con Vittorio Calcina, contitolare della ditta Calcina e C.

Calcina è rimasto nella memoria collettiva, almeno in quella degli appassionati, che lo considerano il primo cineasta italiano della storia. Nato a Torino nel 1847, divenne fotografo e poi il primo rappresentante dei fratelli Lumière in Italia: fu il primo italiano a maneggiare il magico macchinario da loro inventato. Filippi gli mostrò i suoi lavori come fotografo, curioso di questa nuova macchina, concepita nelle officine di Monplaisir, alla periferia di Lione, in grado di dare movimento alle immagini in una maniera più afferente alla realtà rispetto a quando si otteneva con il kinetoscopio di Edison. Incuriosito dalla novità ed esortato dal Calcina, chiese un permesso nel suo lavoro alla Posta centrale e partì per la Francia: si recò a Parigi nel dicembre di quell’anno, per assistere al primo esperimento di proiezione. La sera del 28, egli era fra i pochi al Salon indien du Grand Café di boulevard des Capucines a Parigi. Sullo “schermo”, un ampio gruppo di operai, per la maggior parte donne, ritratti in movimento al momento dell'uscita dalla fabbrica Lumière a Monplaisir. Un paio di cani si affacciano sulla scena, passano un ciclista e una carrozza trainata da cavalli. La sortie des usines Lumière può essere considerato sia il primo documentario, sia il primo set cinematografico.
Ritornato in Italia, all’inizio del 1896, Filippi era talmente entusiasta di quanto aveva visto che riuscì a convincere Vittorio Calcina a portarlo con sé proprio a Monplaisir. Vi rimase per diversi giorni, durante i quali ebbe modo di dimostrare ai titolari la sua grande capacità nel maneggiare apparecchi fotografici, tanto che girò con i Lumière alcuni filmati, tra i quali i primi diciassette metri di comiche.

I primi film duravano quanto la tecnologia della fabbricazione dell'infiammabilissimo supporto di nitrato di cellulosa permetteva: poco più di un minuto, cioè quanto cinquanta piedi, circa diciassette metri, impiegano a occupare lo schermo alla frequenza di 16 fotogrammi al secondo.
Diciassette metri: quanto quelli che permetteva di impressionare la cassetta montata su un treppiede e munita di manovella; la cassetta, cioè, che serviva da ripresa, stampa e proiezione, che Filippi ebbe finalmente in consegna, nel marzo 1896. Quando Luigi Musso – un’altra persona che ha fatto del cinema la propria vita, gestendo dal 1998, insieme alla famiglia, il Multilanghe di Dogliani – interpretò Filippi nel film di Baudena, non dovette soltanto curare i baffi alla maniera ottocentesca: dovette affinare il gesto dell’operatore Lumière, la mano che gira la manovella, lo sguardo allineato con quello della macchina-cinematografo.
Poco più che trentenne, Filippi iniziò così la sua straordinaria avventura, con dodici pellicole per le prime presentazioni in Italia. Esordì pochi giorni dopo a Milano, con una serata per addetti ai lavori, il 29 marzo 1896, al Circolo fotografico: le prime proiezioni, e, nelle settimane a venire, le prime riprese. Girò il primo film italiano, intitolato Bagni di Diana nella già citata piscina all’aperto nei pressi di Porta Venezia: il successo fu folgorante.
Il sito web della Cineteca di Milano conserva questo e altri filmati girati in città da Filippi, come una storica veduta di piazza Duomo a Milano con l’arrivo dei primissimi omnibus, l’inaugurazione del monumento a Vittorio Emanuele nella stessa piazza il 24 giugno 1896, I Pompieri in azione. In poco tempo la scena italiana si stava affollando di altri intraprendenti sperimentatori: Italo Pacchioni, Luigi Sciutto, Vittorio Dello Strologo, Francesco Felicetti, Giuseppe Cocanari e tanti altri sconosciuti operatori girarono in proprio un considerevole numero di film, in genere vedute filmate dei paesaggi e delle città della penisola, brevi scene di vita quotidiana e sintetici reportage di eventi pubblici. Queste riprese dal vero vennero poi proiettate dagli stessi autori in piccoli spettacoli cinematografici in giro per l'Italia, di cui resta, purtroppo, scarsa documentazione. In una sua lettera Filippi scrive: "In seguito portai lo spettacolo a Brescia, Verona, Bologna, Firenze".
Il 10 settembre 1896, Filippi e Calcina si recarono alla Villa Reale di Monza per soddisfare la richiesta di re Umberto che desiderava vedere uno spettacolo cinematografico. Filippi aiutò Calcina a preparare le attrezzature e a eseguire materialmente le proiezioni, usando in seguito l’esperienza come referenza: "Il sottoscritto è l'unico che ha avuto l'onore di presentare i suoi esperimenti alle Loro Maestà a Monza", avrebbe scritto ai proprietari e ai gestori di teatri e sale.

Filippi sfruttò al massimo la novità, continuando a spostarsi, anche se gli stessi Lumière erano pessimisti sulla durata del successo: “La meraviglia ha il fiato corto”. A Torino portò il cinematografo Lumière, sabato 7 novembre 1896, in una chiesa sconsacrata nell'ex Ospizio di carità, al numero 33 di via Po: erano presenti il sindaco, la stampa e molti altri invitati illustri; dalla sera successiva iniziarono le proiezioni per il pubblico pagante e proseguirono con continuità, fino al 4 marzo 1897. In quell’anno i Lumière decisero di intensificare la presenza del loro cinematografo in più città contemporaneamente, così vennero in quel periodo inviati in Italia diversi operatori francesi, affiancandoli a quelli già nella penisola: Albert Cosnefroy si associò a Filippi, insieme furono a Udine e a Reggio Emilia al politeama Ariosto. Ma in pochi mesi la strategia dei Lumière cambiò radicalmente: il lavoro di coppia non portò i risultati sperati e i Lumière diedero disposizioni a tutte le équipe di sciogliersi e agli operatori di proseguire individualmente.
Dal 23 giugno al 1° luglio 1897 Filippi tornò nei luoghi natii e, a Cuneo, prese in affitto il Teatro d’Estate, futuro teatro Toselli, dove, dal 1920, sarebbe sorto il palazzo delle Poste. Costruito a proprie spese dal cuneese Giovanni Toselli, fondatore del teatro nazionale piemontese, il Teatro d’Estate era stato inaugurato nel 1874: ceduto al Comune di Cuneo, ereditò tutti gli spettacoli dal Teatro Civico, chiuso in seguito al disastroso incendio che aveva devastato il teatro di Nizza nel 1881 (si veda Storia del teatro a Cuneo).
Al Teatro d’Estate Filippi presentò, ogni sera, due ore di “trattenimento vario ed attraente”: allegò alla richiesta di affitto dei locali un dépliant e una copia della lettera di congratulazioni dei Principi di Napoli. Al suo arrivo, il giornale locale Sentinella delle Alpi citò le osservazioni dei colleghi di Brescia e Milano che avevano notato come Filippi sapesse operare “con rara e forse unica abilità il meccanismo, ottenendo una nitidezza e una stabilità dei quadri davvero sorprendente" (Sentinella delle Alpi, 19 giugno 1897, n. 142). Filippi proponeva un listino di almeno 72 titoli e aveva un’attrezzatura in grado di far fronte a carenze d'ordine tecnico. In effetti la stabilità delle immagini costituiva un grave inconveniente per le prime proiezioni e, sovente, lo sfarfallio sullo schermo era dovuto alla velocità di proiezione, quasi sempre con frequenza troppo bassa.
Nell’Anno Santo 1900 fu a Roma dove, in una galleria del Vaticano, ebbe modo di riprendere più volte il papa Leone XIII. Scrisse a questo proposito: “Dopo aver passato tutta la notte nella camera oscura del fotografo Federici, in piazza Rusticucci, proiettai la pellicola nella Cappella Sistina per desiderio dello stesso Pontefice”.

Ma la “profezia” dei Lumière si stava già avverando: la febbre popolare delle mirabolanti possibilità tecniche del cinematografo durò quanto il passaggio di una cometa, nelle sue forme di intrattenimento da fiera. “Giovanotto, io non vi voglio rovinare, questo apparecchio ha valore soltanto scientifico, non avrà futuro nel mondo dello spettacolo”, aveva detto il padre dei fratelli Lumière, Antoine, a un esaltatissimo Georges Méliès…
Il cinema, però, era pronto a trasformarsi da scienza in arte. Filippi, come molti altri italiani, pensò di far fortuna nelle Americhe e verso la fine dell’anno 1901 emigrò con tutta la famiglia in Brasile, stabilendosi a São Luís nel Maranhão, dove si presentò come “Compagnia d’Arte e Bioscopio Inglese”. Nel continente americano fu un pioniere: il primo a girare un film a São Luís, nel 1902, e l’unico a riprendere la catastrofe provocata dall’eruzione del vulcano La Pelée, in Martinica, che distrusse l’8 maggio 1902 la città di Saint-Pierre. Filippi si trovava nell’isola caraibica durante il viaggio di ritorno da Barbados, dove aveva girato alcuni cortometraggi.
Intanto le strumentazioni si evolvevano: “Nel 1904 offrii in un teatro di Buenos Aires un primo saggio, sia pure empirico, di cinematografia parlata; voglio dire, un film sincronizzato con un fonografo da me posto dietro lo schermo”, scrisse in una lettera dall’America Latina. Filippi era all’apice del successo, ma fu costretto a stravolgere i suoi programmi: morì, colpita dal tifo, anche la seconda moglie, Benvenuta Bertazzoli. Filippi, che aveva con sé i due figli del precedente matrimonio – Maria Adelaide Gazzera era morta pochi giorni dopo aver partorito Maria Celeste – decise di rientrare in Italia nel 1905.
Si stabilì a Torino dove diresse spettacoli di cinema e arte varia nel salone La Meridiana e si risposò in terze nozze con Matilde Maria Pessione nel 1915; si trasferì successivamente a Nizza, attratto probabilmente dalla mondanità della Costa Azzurra, continuando a occuparsi di cinema e teatri e spingendosi spesso e volentieri fino a Parigi. La Seconda guerra mondiale lo costrinse a rientrare definitivamente in Italia per stabilirsi a Sangano, allora frazione di Bruino, nel 1939.
Da segnalare un fatto avvenuto il 15 settembre 1943, riportato in Omaggio dei Sanganesi alla Madonna del Pio Perpetuo Soccorso, una stampa realizzata dopo la guerra dal parroco di Sangano: Filippi salvò da morte sicura otto prigionieri inglesi fuggiti dai campi di concentramento che avevano trovato asilo e aiuto nel paese. Durante un feroce rastrellamento da parte delle truppe tedesche, essendo l’unico in zona a parlare correttamente l’inglese, affrontò una faticosa marcia per raggiungere i prigionieri britannici e per istruirli su come mettersi in salvo.

Nel dopoguerra, la situazione economica di Giuseppe Filippi si fece critica. Grazie a Giulio Andreotti, gli furono elargite 50 mila lire dal Fondo della Cinematografia nazionale.
Nel 1951, all’età di ottantasette anni, Filippi venne richiamato dal mondo luccicante che l’industria cinematografica cominciava a meta-raccontare. “Filippi è venuto a Roma invitato dagli organizzatori di Bellissima, un film che racconta la vita del cinema vista dall’altra parte dello schermo: i retroscena, i piccoli e grandi segreti”, raccontava un articolo della Domenica del Corriere del 1951. Quello stesso mondo bussò alle sue porte il 18 settembre 1955, nelle sembianze di una ventenne Sophia Loren, che, a Torino per visitare alcuni impianti industriali della Fiat, decise di fare visita al vecchio operatore Lumière. Il cronista della Gazzetta del Popolo scrisse:
L’attrice si recò a Sangano, un villaggio nelle vicinanze di Trana, dove l’attendeva Giuseppe Filippi, il più vecchio operatore cinematografico che il mondo conosca. Il vecchio papà del cinema e la giovane stella che il cinema ha reso celebre, teneramente si abbracciarono, mentre i popolani storditi applaudirono attoniti.
Filippi morì a Sangano il 3 giugno 1956. Sulla sua tomba, non più esistente, volle che fosse scritto: "Pioniere del cinema".

Rivista Savej è un progetto di Edizioni Savej, casa editrice della Fondazione Enrico Eandi.
Pubblicazione registrata al tribunale di Torino.
Direttore responsabile: Lidia Brero Eandi.