Angelo Brofferio rappresenta quasi un nume tutelare, un po’ sbiadito ma il cui nome spunta fuori con insistenza quando ci si occupa di alcuni campi della storia d’Italia e del Piemonte. Fu un uomo d’azione, impegnato in battaglie sui banchi del parlamento durante il Risorgimento, fu scrittore, autore tra le altre cose di raccolte sul folklore italiano, e ancora oggi sono note le sue canzoni e poesie in piemontese. Sfogliando gli archivi di qualche biblioteca digitale, si incapperà addirittura in un libro sullo spiritismo, anche se il suo autore, un pioniere milanese della psicologia, è solo omonimo del “nostro” Brofferio.

Il Brofferio piemontese invece era nato vicino ad Asti nel 1802. La sua non era una famiglia nobile, ma il padre, un medico, era stato sindaco della nativa Castelnuovo Calcea sotto la dominazione francese, e si fece notare più tardi per alcune pubblicazioni di tipo medico, come ad esempio “Rimedio alla coclussia volgarmente tosse asinina e nuove investigazioni mediche sulla natura della medesima”, uno studio sulla pertosse. Da lui il piccolo Michelangelo attinse la vena riformatrice e illuminista, che lo condusse su posizioni risorgimentali, democratiche, anticlericali e di spregio nei confronti dei regimi reazionari. La famiglia si trasferì a Torino nel 1817, dove il vecchio Brofferio praticava mentre il figlio, che ora si faceva chiamare semplicemente “Angelo” iniziò a studiare legge all’università. A interessarlo però non era tanto la giurisprudenza o il mestiere di avvocato, che iniziò a praticare dal 1823: la sua vita si svolse semmai lungo due direttrici, una rivolta verso la politica, e una verso la letteratura, e non mancarono momenti in cui i due temi che più l’appassionavano si unirono.
Già da giovanissimo scrisse poemetti e tragedie teatrali, una delle quali, dal titolo di “Sulmorre”, venne messa in scena a Torino già nel 1821. Si trattava di opere di chiara ispirazione alfieriana, una passione, quella per il poeta astigiano che, come scrive Maud Tyler, “rimase con lui per tutta la sua vita, così come la passione per tutto quello che era piemontese.” Già in questi primi anni la politica irruppe prepotentemente nella sua vita: il 12 gennaio 1821 gli studenti dell’università protestarono, dopo che il giorno prima alcuni di loro erano stati arrestati per aver indossato un cappello rosso, indumento tipico dei giacobini e passato poi ai membri della carboneria. Due mesi dopo si ebbero in Piemonte, similmente a quanto stava avvenendo in altre parti d’Italia, dei moti volti a instaurare un regime più liberale, che però furono ben presto soffocati. Per quanto Brofferio descriva con precisione questi momenti nelle sue memorie, e nonostante il suo ritorno a Castelnuovo, dove rimase per alcuni mesi, nel periodo immediatamente successivo ai moti rivoluzionari, non c’è motivo di pensare che egli fosse coinvolto in prima persona nei moti studenteschi e in tutto quelle che ne seguì. Ben diversa fu la situazione dieci anni dopo, quando le conseguenze per lui furono ben più pesanti.

Nel 1830 Brofferio era divenuto membro dei Cavalieri della Libertà, una società segreta di stampo massonico e di idee liberali, guidata dall’ufficiale Andrea Bersani. I mezzi con cui si prefiggevano di raggiungere il loro scopo non erano particolarmente temibili, visto che si limitarono a redigere un proclama al popolo e all’esercito piemontese e inoltre un appello all’allora re Carlo Felice perché concedesse le libertà costituzionali. Ma nel 1831, prima che potessero portare il loro progetto a termine, alcuni congiurati furono scoperti dalla polizia e incarcerati. Brofferio e gli altri suoi compagni che non erano riusciti a fuggire all’estero, rimasero però imprigionati solo per alcuni mesi: riconobbero le loro colpe e diedero informazioni riguardo all’organizzazione della società, e soprattutto con l’arrivo al trono del nuovo re, quel Carlo Alberto che proprio dieci anni prima era stato la speranza per i liberali, poterono di nuovo vedere il mondo oltre le sbarre. Solo Bersani rimase incarcerato per sette anni a Fenestrelle, senza peraltro aver avuto alcun processo. Questo fatto fece cadere su Brofferio l’accusa di delatore, contro cui egli stesso tentò di difendersi rivolgendosi ai tribunali, che emisero in suo favore una sentenza nel 1838. Ad ogni modo, l’esperienza fu sufficiente per fargli superare qualsiasi velleità da cospiratore, al punto da fargli rifiutare, qualche anno dopo, di aderire alla Giovine Italia di Mazzini. Brofferio ebbe l’ardire di inserire l’episodio in una sua Storia del Piemonte e di parlare di sé in terza persona. Era stato avvicinato nella metà del 1832 da un “giovine Ligure”, ovvero Jacopo Ruffini, di Genova, che “portava da Marsiglia le parole di un altro sconosciuto, che avea nome Giuseppe Mazzini.” Brofferio scrive di essersi emozionato alle parole di Ruffini, ma rifiutò recisamente la proposta di un’altra congiura con queste parole:
“[…] ma di congiure non mi parlate mai più; e se volete credere ad un uomo che ebbe dinnanzi gli occhi il carnefice, desistete dalla vana impresa e fate guerra ai despoti senza mettere il collo sotto le loro mannaie.”
Brofferio si dimostrò qui ben più saggio dell’ultima volta, perché la congiura fu scoperta dalla polizia sabauda, e Ruffini morì un anno più tardi, forse suicida, in cella, a Genova.
Brofferio si era nel frattempo gettato nel mondo della letteratura e del giornalismo. Qualche anno prima aveva seguito la tournée di alcune delle sue prime opere da parte di una compagnia teatrale torinese che lo portò prima a Milano, Verona, Venezia, e poi sino a Parigi, dove venne in contatto con il mondo letterario e culturale della capitale francese. Questo lo aveva portato ad ampliare progressivamente il proprio orizzonte culturale. Impossibilitato a compiere qualsivoglia azione concreta per l’unificazione italiana, Brofferio, come molti suoi contemporanei, basti citare i nomi di Byron e Mickiewicz, volse lo sguardo a sud, dove i greci stavano lottando per la loro indipendenza contro il giogo dei turchi. Nel 1826, dopo una strenua ed eroica resistenza, era caduta la roccaforte greca a Missolungi, un evento che portò diversi paesi europei a simpatizzare e intervenire poi in favore dei greci. Brofferio, da parte sua, fu ispirato a scrivere l’ode La caduta di Missolongi e addirittura revocò dettagliatamente l’assedio nella sua biografia. Non era l’unico piemontese impiegato nella causa greca, perché già l’anno prima il saviglianese Santorre di Santa Rosa era morto in battaglia a fianco dei partigiani ellenici. Diversi anni più tardi Brofferio tornò sul tema, al quale evidentemente doveva essere legato, con una storia della Grecia intitolata Scene elleniche. Addirittura
“il figlio di Marco Botzaris [patriota greco], passando da Torino, andò a vedere il Brofferio, attestandogli per quel suo patriottico lavoro, la propria ammirazione, e la riconoscenza della Grecia.”
Brofferio produsse un gran numero di opere letterarie e teatrali, perlopiù d’ispirazione romantica, e anche qualche punta nella commedia, “chiuso nella sua stanzetta al terzo piano di via San Francesco d’Assisi N.13”, ma la sua fama come autore, grande ai suoi tempi, è oggi solo un'eco.

Dal 1835, il nostro Brofferio cominciò la sua carriera giornalistica scrivendo recensioni sul Messaggere del Commercio, un settimanale di Torino. Passati due anni, era divenuto direttore del giornale, che ora aveva per nome Messaggere Torinese, e che dal 1848 veniva pubblicato due volte la settimana. Brofferio non scriveva solo di letteratura e teatro, ma anche di politica, scienza, scoperte geografiche, politica, e diversi altri argomenti, anche se non sempre con cognizione di causa. Come fa notare la Tyler:
“Brofferio sembra sia rimasto distante dai vari movimenti che sono generalmente considerati come i più innovativi nel Piemonte dei suoi tempi: l’introduzione di scuole materne, di casse di risparmio la fondazione della Associazione agraria e il congresso degli scienziati a Torino nel 1840. In effetti, il tono con cui li descrive nella sua storia è spesso sprezzante. Sotto un certo aspetto, questa attitudine riflette gli interessi di Brofferio, rivolti più alla letteratura e alla politica, che non alla scienza e all’agricoltura. Ma il suo completo distacco […] è sorprendente.”
Riguardo alla scoperta dell’illuminazione a gas, ad esempio, scriveva con una ironia che sconfina nell’ignoranza, che era “un ritrovato che avrebbe perfezionata la società meglio che la libertà della stampa, meglio che la rappresentanza nazionale”. Come direttore del Messaggere Torinese, Brofferio dovette spesso lottare contro gli ostacoli posti dalla censura, ma altre volte il suo lavoro fu tollerato e anzi incentivato dal re Carlo Alberto, che ad esempio nel 1840 gli commissionò “una tragedia sopra italiano argomento”. Brofferio ne trasse un’opera intitolata Vitige re de' Goti, ma per quanto
“il Re la leggeva é la approvava; di più ne accettava la dedica e per mezzo del suo bibliotecario cavaliere Promis ne ordinava la rappresentazione. La Direzione de' Teatri, la Revisione, il Governatore, il Comandante si sentirono feriti nel cuore: ma bisognò obbedire. La tragedia venne studiata dalla Real Compagnia con singolare sollecitudine: fu allestito con grandissimo apparato lo spettacolo: si stabiliva il giorno della recita: il Re vi doveva intervenire tutto era pronto.... e d'improvviso per ordine del Re si toglievano i manifesti, si impediva la rappresentazione, e si proibiva la tragedia.”
Continuò a dirigere il giornale fino al 1849, anno in cui, a causa di divergenze, dovette abbandonarlo. Fondò in seguito altri periodici, ma con minor successo.

Oltre che di articoli per i giornali, Brofferio fu autore anche di saggi, di opere storiche e di divulgazione popolare. Scrisse ad esempio un profilo dello sviluppo della tipografia in Piemonte, e più tardi una storia del Piemonte, una storia del parlamento subalpino, una monumentale autobiografia in molti volumi intitolata I miei tempi, in cui la vita dell’autore è inframmezzata dai fatti nazionali e internazionali, come appunto la lotta per l’indipendenza dei greci, di cui egli fu testimone. Un discorso a parte merita l’opera in quattro volumi Tradizioni italiane per la prima volta raccolte in ciascuna provincia d'Italia e mandate alla luce per cura di rinomati scrittori italiani, pubblicata dal 1847 al 1850 e ristampata in tempi recenti. Qui l’autore astigiano, coadiuvato da “rinomati scrittori italiani”, come recita il frontespizio, tenta una unità d’Italia basata sulle tradizioni popolari prima ancora che sulla politica. Vi sono rappresentate leggende e storie piemontesi, di cui Brofferio si occupò personalmente, liguri, degli “stati romani”, lombarde, degli “stati estensi”, degli “stati veneti”, del regno di Napoli, persino del Canton Ticino. Non si tratta però di una raccolta folkloristica redatta con spirito scientifico e documentativo, come si stava facendo a quei tempi in Gran Bretagna e Germania, e come avrebbe fatto più tardi Costantino Nigra con i suoi Canti popolari del Piemonte, ma piuttosto, come attestano anche le numerose illustrazioni, di rielaborazioni letterarie dal gusto romantico.
Se c’è però un campo in cui Angelo Brofferio ha lasciato un segno durevole, questo è quello della letteratura in dialetto piemontese, che gli deve decine di composizioni. Le sue Canzoni Piemontesi, di cui la prima versione è del 1839, che l’autore arricchì lungo tutta la sua vita, sono state ristampate fino a tempi recenti, e compaiono in ogni antologia dialettale che si rispetti. Molte sue composizioni, in realtà, vennero scritte con un intento politico e di satira, ed erano strutturate perché fossero cantate con facilità. Il nome di Cavour, solo per citare il politico più rappresentativo del periodo, si spreca in Bast vej e grupia neuva o in Crimea. A volte la satira lascia spazio alla speranza e al patriottismo: è il caso della celeberrima La steila del Piemunt, La Piemontèisa. Canson d’ guera dël 1859 o al contrario, come ne I bogianen, alla critica per la mancanza di coraggio dei suoi compatrioti. In altri casi, il soggetto è la vita stessa dell’autore, ad esempio in Crudel destin, una delle prime canzoni, redatta nel 1831, in cui Brofferio riflette sulla sua carriera da avvocato e sul suo imprigionamento.
La poesia "Steila del piemunt" tratta dal volume "Canzoni piemontesi", Fogola G.B. Editore, 1926.
Nel corso della sua variegata vita, Brofferio non lasciò mai del tutto il ben poco amato lavoro di avvocato, e anzi, a volte si trovò egli stesso a doversi difendere da accuse di terzi, come nel corso di una causa intentata dal legato pontificio contro il suo giornale, Il Messaggero Torinese. In un’altra causa celebre, nel 1850, prese le difese di un parroco di Casale, don Grignaschi, accusato di eresia.
Un altro aspetto della sua attività fu la politica, che a partire del fausto 1848 egli condusse alla luce del sole, e non più come membro di società segrete. Alla promulgazione dello Statuto Albertino, Brofferio fece parte di una Commissione che festeggiava l’evento, e in quello stesso anno egli fu eletto come parlamentare nel collegio di Caraglio. Dalla sua, aveva indiscutibili capacità oratorie. Come riporta un profilo alcuni anni dopo la sua morte:
“Come oratore il Brofferio fu uno dei più spendidi, e come scrittore la sua prosa piena di brio vivacità e interesse. La sua parola era dolce ad udirsi, insinuante, e scorreva facile ed armoniosa dalle sue labbra per farsi padrona dei cuori. […] Brofferio era affabile, e famigliare nel conversare, e piacevole per quei guizzi di spirito mordace, per quelli epigrammi pungenti. […] Parleremo del Brofferio come oratore, e per meglio avvalorare le nostre parole riporteremo alcune parole che il pubblicista Pasquale Duprat scrisse del Brofferio nella sua opera: Le Parlement Italien: I veri oratori sono rari al Parlamento italiano, ma non può tuttavolta dirsi che vi sieno mancanti, primo, il più conosciuto quello che più merita di esserlo, è incontestabilmente Angelo Brofferio. Brofferio è a un tempo poeta, storico, pubblicista ed oratore.”

Brofferio rappresentò sempre l’opposizione liberale, diremmo oggi, critica nei confronti dei poteri reazionari, della chiesa, dell’aristocrazia, a favore dell’unità d’Italia, una posizione spesso lungimirante, ma il cui influsso sugli eventi contemporanei fu spesso limitato. Nei suoi primi anni in parlamento, da giornalista difese ad esempio la libertà di stampa e anche il generale Gerolamo Ramorino dall’accusa di tradimento, imputatagli dal fatto di aver mosso le truppe diversamente da come ordinato, atto questo che fu ritenuto causa della disfatta a Novara nella prima guerra d’indipendenza. Brofferio però non riuscì a salvare Ramorino dalla fucilazione, nel 1849. La sua opposizione a Cavour e alla sua via per l’unificazione è anch’essa sintomatica della diversità di vedute che lo separavano dai metodi di Cavour, che dovevano poi effettivamente condurre all’Unità. Come riassunto in occasione del bicentenario suo e di un altro illustre uomo politico piemontese, Giuseppe Siccardi:
“L’antipatia era personale oltre che politica. Erano diversi gli orizzonti strategici: la visione piemontese, patriottica e volontaristica di Brofferio era concettualmente inconciliabile con la dimensione istituzionale ed europea dell’indipendenza italiana, prefigurata da Cavour. I due politici rappresentavano, anche, interessi economici e sociali divergenti: Cavour, esponente dell’aristocrazia terriera, ma proiettato verso programmi di industrializzazione, acuto calcolatore del gioco politico, riuscì a coagulare, intorno al suo programma, gli esponenti dell’aristocrazia e della borghesia moderata, badando alla concretezza dei risultati; Brofferio si schierò a favore degli artigiani e dei borghesi contro l’introduzione delle macchine dell’incipiente industrializzazione.”
Brofferio fu particolarmente critico della spedizione in Crimea del 1853, e attaccò Cavour, che invece l’aveva voluta, quando tre anni dopo il Piemonte non fu ufficialmente ammesso tra le potenze vincitrici durante il Congresso di Parigi. Fu in questi anni che mise nuovamente mano alla penna per scrivere Il tartufo politico, che ironizzava sulla situazione politica del suo tempo. In occasione della seconda guerra d’indipendenza, nel 1859, mise comunque da parte le differenze di vedute e appoggiò Cavour. Tra i suoi ultimi interventi, fattisi più rari per la salute che andava peggiorando, attaccò la decisione di spostare la capitale da Torino a Firenze, e prese anzi le difese dei torinesi, che proprio per la decisone di spostare la capitale insorsero: nei tumulti in piazza San Carlo, nel 1864, furono uccise 30 persone e a centinaia furono i feriti, fatti bersaglio di quello stesso stato che avevano entusiasticamente aiutato a creare.

Angelo Brofferio morì nel 1866, nella sua casa nei pressi di Locarno, chiamata La Verbanella, dove aveva preso residenza dalla disfatta di Novara, lontano dal Piemonte cui era tanto legato. Se è vero che, come detto, in nessun campo egli lasciò segni indelebili, ad esclusione della letteratura in piemontese, l’impulso che diede in campo politico e letterario e per l’unificazione dell’Italia furono importanti, tanto da smentire ciò che egli stesso aveva previsto della sua dipartita:
quand’io morirò, se ne parlerà per un giorno in Italia, per due alla Camera, per una settimana a Torino, per quindici giorni tra i miei amici, e poi tutto sarà finito della mia memoria.
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